Controlli ISA anche sui contribuenti affidabili: la fiducia tradita e il ritorno del Fisco del sospetto

di Prof. Mauro Norton Rosati di Monteprandone

(ASI) La recente notizia secondo cui l’Agenzia delle Entrate intende orientare la propria attività di controllo anche verso contribuenti con elevati punteggi ISA, qualora abbiano modificato i dati precalcolati, rappresenta un segnale che merita una seria riflessione.

La scelta appare ancora più sorprendente nel contesto dell’attuale legislatura.

Molti professionisti, imprenditori e contribuenti avevano riposto aspettative in un Governo che aveva più volte dichiarato di voler instaurare un nuovo rapporto tra Fisco e cittadino, fondato sulla fiducia, sulla semplificazione e sulla riduzione della pressione amministrativa.

L’obiettivo dichiarato era quello di superare definitivamente la logica del “contribuente sospetto per definizione”, restituendo centralità allo Statuto dei diritti del contribuente e ai principi del giusto procedimento.

La realtà che emerge, invece, sembra muoversi in una direzione diversa.

Se anche il contribuente che ottiene un punteggio ISA pari a 9 o 10 può essere selezionato per un controllo soltanto perché ha esercitato il proprio diritto di correggere dati elaborati automaticamente dall’Amministrazione finanziaria, il messaggio che si trasmette è chiaro: non basta essere fiscalmente affidabili; occorre anche non discostarsi dalle elaborazioni del software ministeriale.

È una prospettiva difficilmente conciliabile con i principi dello Stato di diritto.

Gli ISA erano stati presentati come uno strumento premiale, destinato a favorire la compliance spontanea e a ridurre il contenzioso. Se però il contribuente virtuoso continua a essere sottoposto a verifiche per il solo fatto di aver corretto dati che ritiene inesatti o incompleti, la funzione premiale viene inevitabilmente svuotata.

Si crea così un effetto perverso.

Professionisti e imprese potrebbero essere indotti ad accettare passivamente i dati precaricati, non perché li ritengano corretti, ma per evitare di essere inseriti nelle liste selettive dei controlli.

La dichiarazione fiscale rischia di trasformarsi in un esercizio di prudenza amministrativa anziché di corretta rappresentazione della realtà economica.

È difficile sostenere che questa sia la semplificazione promessa.

Si tratta piuttosto di una forma di pressione indiretta che rischia di comprimere la libertà del contribuente di dichiarare fedelmente la propria posizione fiscale.

L’utilizzo crescente di algoritmi e sistemi di analisi del rischio non può trasformarsi in una presunzione di inattendibilità nei confronti di chi esercita un diritto riconosciuto dall’ordinamento.

L’articolo 53 della Costituzione impone che il sistema tributario sia fondato sulla reale capacità contributiva.

L’articolo 97 richiede un’Amministrazione improntata ai principi di imparzialità e buon andamento.

Lo Statuto dei diritti del contribuente pone al centro buona fede, collaborazione e affidamento reciproco.

Tali principi rischiano di essere compromessi quando l’elemento che determina il sospetto non è un comportamento evasivo, bensì una legittima correzione di dati predisposti dall’Amministrazione stessa.

Il contrasto all’evasione è un obiettivo imprescindibile e deve essere perseguito con determinazione.

Ma altrettanto imprescindibile è evitare che gli strumenti di analisi del rischio si trasformino in meccanismi che alimentano un controllo generalizzato anche nei confronti di chi dimostra un elevato livello di affidabilità fiscale.

Una riforma fiscale si misura non soltanto dall’efficacia nel recupero dell’evasione, ma anche dalla capacità di garantire certezza del diritto, proporzionalità dell’azione amministrativa e rispetto dei contribuenti onesti.

Se la percezione diffusa diventa quella di un Fisco che continua a considerare sospetto anche il contribuente più virtuoso, il rischio è quello di incrinare definitivamente quel rapporto di fiducia che ogni riforma tributaria dovrebbe invece rafforzare.

Le aspettative di un cambiamento erano elevate. Proprio per questo, decisioni amministrative di questo tipo rischiano di essere lette come un arretramento rispetto agli obiettivi di semplificazione e di tutela del contribuente più volte annunciati. È auspicabile che il Governo intervenga affinché gli strumenti premiali mantengano la loro funzione originaria e non si trasformino, nella percezione dei cittadini, in un ulteriore motivo di incertezza e di pressione fiscale.

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