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(ASI) Crisi è un termine con il quale, nella sua declinazione collettiva, abbiamo iniziato a familiarizzare soltanto in questi ultimi anni di recessione economica. E’ così che anche la nostra società basata sul profitto ha perso molta della sua credibilità, facendoci finalmente contemplare il baratro verso cui è votata da anni, almeno da quando l’economia reale ha ceduto il passo a quella finanziaria. La diminuzione dei consumi è forse il suo indice più evidente. Eppure, in un contesto di tale flessione generalizzata, c’è un bene di consumo che resiste alla crisi, arrivando addirittura a registrare una crescita esponenziale negli ultimi anni. Non è un bene di prima necessità. Anzi, recenti dati alla mano, si potrebbe asserire che molte volte non è proprio un bene. Si tratta degli psicofarmaci, il cui consumo, in dieci anni, è aumentato del 400% negli Usa e del 76% in Italia.

Preoccupante è che in tutti i Paesi sviluppati le vendite di questi farmaci segnino una parabola ascendente, favorita da una politica pubblicitaria da parte delle industrie produttrici evidentemente vincente. Il punto di forza di questo circuito di vendite è costituito dalla pressione che gli informatori sanitari riescono ad esercitare sui medici, spesso propiziata da interessi commerciali bilaterali. Se è ormai dimostrato che tali farmaci assumono una funzione palliativa e non curativa, è al contempo innegabile che i veri beneficiari del loro consumo sono i fatturati delle industrie produttrici. Appurato è inoltre un allarmante fatto, ossia che è sempre più frequente - a fronte di un aumento convulso dei consumi - che l’assunzione di psicofarmaci possa rivelarsi dannosa, talvolta foriera di patologie psichiche che all’inizio della “cura” farmaceutica non sono presenti nel paziente. Appena due anni fa l’Organizzazione mondiale della sanità ha redatto un documento dal quale emergeva che solo sei pazienti su dieci, tra quelli che assumono antidepressivi, ne traggono beneficio. Del resto, i dati emersi nei giorni scorsi dagli Stati Uniti non si discostano da quelle conclusioni: solo una paziente su tre ha diagnosi di malattia severa, e l’uso di questi farmaci è quasi ad esclusivo appannaggio delle classi sociali agiate (i neri e gli ispanici, relegati ai margini della società americana e dunque, giocoforza, meno sensibili alle persuasioni consumistiche, non arrivano insieme a costituire il 7% dei consumatori di psicofarmaci). Il National Center for Healt Security lancia un campanello d’allarme preciso e ancora più desolante: l’11% dei bambini di dodici anni, negli Usa, assume tali prodotti, che riguardano, per altro, le ricette più prescritte per gli adulti. Somministrare farmaci di questa portata ai bambini è un gesto, da parte dei medici, quantomeno imprudente, se si considera la gravità di alcuni dei loro effetti collaterali.

Un gesto che solo il fine cinico del guadagno può giustificare, facendo tuttavia leva su una psicosi collettiva che porta molti, tra i cittadini delle società industrializzate, a ricorrere a soluzioni artificiali per sanare un malessere che - sotto forma lieve o severa - cova nel proprio animo. Isolare la crisi psicologica dei singoli dal più ampio e generico quadro delle crisi economiche e politiche è forse l’errore che non ci consente di stabilire una prognosi e l’opportuna terapia nei confronti dell’uomo moderno. Una vera e propria omissione di soccorso verso noi stessi, disperati e soli, in balìa delle lusinghe consumistiche - per cui la pillola assume i crismi risolutori dei nostri affanni più reconditi - che non fanno altro che recarci danno.

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