(ASI) Milano - Siamo cittadini, professionisti e dirigenti di questo Paese: non rifiutiamo a priori il tema della necessaria riduzione della spesa pubblica e, conseguentemente, della pressione fiscale”- dichiara Gianpiero Fasola Presidente CIPOMO (Collegio Italiano Primari Oncologi Medici Ospedalieri).

Una questione però ci sentiamo di sottoporre alla politica: nei 3 mesi che abbiamo alle spalle tutti i Primari oncologi ospedalieri hanno affrontato la discussione della scheda di budget per il 2014 con le proprie Direzioni generali. Per le segnalazioni che CIPOMO riceve, in molti casi siamo usciti dalla negoziazione con una assegnazione di risorse per i farmaci oncologici insufficiente a far fronte alle esigenze di trattamenti appropriati per l’anno in corso, tenendo conto delle nuove molecole in fase di approvazione.

Ora si possono fare molte cose: decidere che alcuni trattamenti l’Italia non può permetterseli, negoziare con le Aziende che producono le nuove molecole, prezzi inferiori, chiedere una riduzione dei costi di alcuni farmaci innovativi ad alto costo che sono sul mercato già da anni ed hanno forse già consentito il recupero degli investimenti. Se vi sono - come il recente libro bianco sugli sprechi sembra documentare - ospedali o aree del Paese nelle quali il rapporto tra i casi trattati e la spesa per farmaci si discosta in modo sospetto dalla media, lo Stato ha gli strumenti per intervenire. Quello che non si dovrebbe fare è lasciare soli di fronte ai pazienti i singoli Direttori delle Oncologie e i singoli Direttori generali nella gestione di una riduzione non sostenibile delle risorse, proprio mentre istituzioni dello stesso Stato autorizzano l’inserimento di diversi nuovi farmaci ad altissimo costo per alcuni importanti tumori come ad esempio quello della prostata, della mammella e del melanoma: le stime più realistiche prevedono un incremento del 10-15% della spesa. Tagli lineari che colpiscano indistintamente comportamenti corretti e scorretti, prescrizioni appropriate e inappropriate, discipline con trend di riduzione o in aumento, non rappresenterebbero una buona, né nuova, politica sanitaria conclude Fasola.

 

 

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