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(ASI) Le manifestazioni di protesta del “Coordinamento 9 dicembre”, indicato dei mezzi di informazione come “Movimento dei Forconi”, stanno catalizzando da cinque giorni  il malcontento popolare più disparato verso la classe dirigente del paese.

La rabbia generata dal dissesto finanziario, una crescita economica nulla, il 40% di disoccupazione giovanile, e la distanza abissale fra i vertici della nazione e i cittadini, non conoscono colore politico a detta degli organizzatori delle dimostrazioni, che rifiutano bandiere di partito.

CasaPound Italia, il movimento politico dell'ultra destra romana, ha avallato la protesta.

Ma nella giornata dello scorso sabato un blitz pacifico volto a ricordare i suicidi di stato si è concluso con l'arresto del leader romano Simone Di Stefano. Capo di imputazione al vicepresidente di CPI diviene il “furto pluriaggravato” della bandiera dell'Unione, sostituita dal tricolore nella sede di rappresentanza della Commissione europea.

Adriano Scianca, responsabile culturale di CPI, contribuisce con una breve intervista ad Agenzia Stampa Italia a fare chiarezza sull'esatta evoluzione dell'ultima settimana di fuoco.

L'unione di più anime nella settimana definita della “primavera italiana” ha reso tali eventi poco nitidi agli occhi del cittadino medio. La provenienza politica e la peculiarità geografica hanno forgiato stili diversi in ogni città.  Come si è inserita, e con quali proposte d'azione politica CPI nelle proteste del “Coordinamento 9 dicembre”? Da sempre il vostro movimento esprime contenuti culturali e politici: cosa vi accomuna ai cosiddetti “Forconi”, i quali hanno unito una piattaforma che si definisce “trasversale” e apolitica? Quasi, potremmo osare, "grillina"?

«Da dieci anni, CasaPound conduce lotte sociali e politiche, in Italia, all'insegna del tricolore. È stato quindi naturale, per noi, partecipare a una mobilitazione che ha i nostri stessi nemici e che riconosce come unico simbolo proprio la nostra bandiera. Le mobilitazioni di questi giorni hanno avuto un forte carattere spontaneista, radicato nella rabbia sociale vera, è quindi naturale che in esso vi siano posizioni differenti ed è anche ovvio che talora rubi la scena il personaggio folcloristico di turno. I media dovrebbero però guardare all'essenza, che è appunto il grido di dolore dell'Italia che produce e che si sente strangolata. Cpi ha partecipato sin dai primi giorni nel rispetto delle regole fissate dal comitato: niente simboli di partito, nessuna strumentalizzazione. Non abbiamo cercato una vetrina ma solo altri italiani che non si arrendessero ai diktat di Bruxelles. Le proposte politiche che abbiamo messo sul tavolo sono semplici: elezioni subito con la legge elettorale proporzionale, blocco dei pignoramenti di Equitalia per almeno un anno, congelamento del debito pubblico in mani estere.»

Nella delegittazione di tali proteste vi sono sono voci di pensiero che ricollegano le proteste unicamente al “blocco di estrema destra”, come detto ad esempio dal leader No global Luca Casarini e come ugualmente espresso dalla sinistra “vendoliana”. Cosa ne pensa a riguardo? I manifestanti sono tutti riconducibili ad un'area politica? La sinistra antagonista è inattiva nel supporto delle manifestazioni popolari solo per pregiudiziali politiche?

«Il fenomeno Casarini è inquietante: uno scompare per dieci anni e ricompare per dire questa idiozia... Comunque i manifestanti non sono tutti “di destra”, qualsiasi cosa ciò voglia dire, sono persone che vengono da tutti i partiti ma che da questi si sentono tradite. Molti di loro vengono sicuramente da sinistra ma si sentono orfani di partiti e intellettuali che non cessano di definirsi “equi e solidali” e poi mostrano la faccia snob e classista di chi in realtà disprezza il popolo. La questione è quasi più psicanalitica che politica: la sinistra odia l'Italia. Odia gli italiani. Odia il popolo. È antinazionale ed etnomasochista. La sua raffigurazione plastica è offerta da Vendola e dalla sua sudditanza linguistica verso il potere industriale corrotto documentata da alcune recenti intercettazioni. Invece di chiedersi se ci sono o meno i fascisti in mezzo ai manifestanti si chiedano perché non ci sono i comunisti.»

Arriviamo alla giornata di sabato, che ha visto l'arresto a Roma del vostro vicepresidente. E'stata una giornata che ha avuto modo di attirare l'attenzione del Presidente del Consiglio Letta e di larga parte dell'opinione pubblica, in modo sia positivo che negativo. Gli intellettuali di sinistra come Gad Lerner infatti non hanno mancato di esprimere dissenso per la vostra manifestazione. Vuole spiegarci l'evoluzione della vostra manifestazione, a cominciare dall'estetica? Quale corso di giudizio attenderà ora Di Stefano e con quali capi di imputazione? La pacificità delle manifestazioni è stata minata?

«Simone Di Stefano è stato condannato a tre mesi per “furto”, in riferimento alla bandiera dell'Ue tolta dal pennone della sede sede di via IV Novembre e poi riconsegnata. Una condanna assurda e totalmente politica, senza alcun fondamento giuridico. La manifestazione, infatti, è stata assolutamente non violenta, almeno fino al momento in cui CasaPound della violenza è stata bersaglio, precisamente da parte delle forze dell'ordine che hanno manganellato le teste di ragazzi spesso neanche ventenni, disarmati e senza caschi, con un accanimento che la dice lunga sulla presunta volontà poliziesca di “solidarizzare” con la protesta. Quello di Simone è stato un gesto fondativo, un atto etico. C'era più Europa in quell'azione che in tutta la cultura anglosassone, disincarnata e cosmopolita dei vari Barroso, Rehn e Draghi, che potrebbero essere sudcoreani o canadesi senza cambiare di una virgola ciò che dicono, fanno e vogliono. Rubare quella bandiera – anzi: quello straccio, come è stato giustamente detto – non è stato un gesto antieuropeo, ma ipereuropeo.»

Riesce a fornirci una previsione nel breve periodo delle iniziative del 9 dicembre di CPI e Forconi? Cosa sente di dire ai cittadini più timorosi di una degenerazione di queste giornate?

«Il prossimo appuntamento è quello di mercoledì a Roma, a cui parteciperemo come abbiamo fatto finora, nel rispetto di tutte le altre anime del movimento ma anche con la certezza di esserci guadagnati il diritto a stare in piazza con i fatti e non con le parole. Saremo tranquilli e propositivi come al solito, né urteremo la suscettibilità di qualche responsabile autonominatosi che prima evoca follemente le dittature militari e poi sembra aver paura della propria stessa ombra. Cosa accadrà nel futuro è difficile dirlo, di sicuro gli scenari alla “marcia su Roma” tanto evocati dai media sono solo sciocche fantasie. Certo è che gli italiani hanno riscoperto la bellezza di ribellarsi all'insegna del tricolore. E questo è comunque un dato politico incancellabile e foriero di sviluppi interessanti.»

Maria Giovanna Lanotte- Agenzia Stampa Italia



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