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(ASI) Sullo sfondo di una crisi economica devastante le ricette del governo Letta si sono fatte attendere non poco, e chissà se saranno quelle veramente necessarie da adottare per far ripartire il Paese. Proprio pochi giorni fa  è stato votato un disegno legge che prevede il rifinanziamento della Cassa Integrazione per mezzo miliardo di euro, aiuti agli esodati che si sono licenziati prima della riforma Fornero, ritrovandosi privi di stipendio e di pensione a causa dell’allungamento dell’età pensionabile (circa 6500 persone), e misure di sostegno per la prima casa ai cittadini in situazione di disagio. Ma il provvedimento più importante approvato è sicuramente la cancellazione dell’IMU, unica vera e grande preoccupazione a quanto pare di questo esecutivo: le misure adottate prevedono l’eliminazione delle rate di settembre e dicembre, coperte da una riduzione della spesa pubblica, da una maggiore tassazione sui giochi e dall’Iva derivante il pagamento di 10 miliardi  di euro di debiti vantati dalle imprese nei confronti della P.A. La tappa successiva sarà la cosidetta “service tax”, che entrerà in vigore da gennaio 2014 e sarà legata all’attuale Tares. Esulta il PDL, che finalmente ha realizzato il suo obiettivo, cioè la cancellazione dell’IMU da tempo ormai proclamata, ed esulta il PD, che grazie al voto di ieri ha salvato le larghe intese, permettendo così a Letta di andare avanti fino alla prossima diatriba che farà tentennare l’esecutivo. Sì perché il governo delle larghe intese è continuamente in  bilico a causa di insidie che ne minacciano la stabilità: tra tutte l’”agibilità politica” dell’ex premier Silvio Berlusconi, motivo di discussioni giornaliere e dichiarazioni al veleno tra i due schieramenti. Il PDL da parte sua vuole ovviamente tutelare il suo leader, mentre il PD sa bene che “affossare” il Cavaliere provocherebbe la crisi di governo, ma salvarlo rischia di fargli perdere la faccia davanti agli elettori, dopo anni di campagne elettorali basate sullo scontro con il “nemico” di sempre.

Intanto, in mezzo a tutto questo “marasma”, vi è una dilagante crisi economica che sta sempre più affogando l’Italia. Ogni giorno veniamo tartassati di dati e percentuali inconfutabili, che dimostrano come il nostro Bel Paese stia annaspando per restare a galla, rimanendo di fatto bloccato in alto mare e senza una reale prospettiva di “approdo”. La chiusura di imprese è ormai all’ordine del giorno, i poveri sono arrivati a quasi 10 milioni, praticamente più di un giovane su tre non ha lavoro.

In un contesto così drammatico, ai limiti del tragico, la risposta della politica dovrebbe essere forte e decisa. Invece capita, e la storia ci insegna che spesso accade, che la crisi economica vada a braccetto con la crisi della politica. Una politica debole, infatti, non riesce a far fronte ad una emergenza finanziaria così importante e di vaste dimensioni. Ovviamente la situazione italiana non è causata solo da fattori interni, ma è il frutto di un’economia globale disastrata. Il fatto però è che se alle difficoltà sovranazionali si aggiungono i problemi interni, ecco che allora la famosa “luce in fondo al tunnel” diventa un debole e fioco lumino.

Questa nostra crisi è infatti la naturale conseguenza della debolezza politica che ha contraddistinto il Paese negli ultimi venti anni. Anni in cui la politica italiana è stata caratterizzata da una semplice amministrazione del presente, senza un concreto progetto di scelte pianificate a medio-lungo termine. La lungimiranza non ha contraddistinto la nostra classe politica, che molte volte si è rivelata non all’altezza della situazione, e gli effetti sono sotto gli occhi di tutti.

Ancora oggi un certo “immobilismo” caratterizza la nostra classe dirigente, sembra quasi che le necessità del Paese e le difficoltà di milioni di persone non vengano capite. Si parla molto di emergenza, si susseguono proclami sulle misure necessarie da prendere, ma poi a questi non corrispondono azioni concrete, non si agisce con i tempi e le modalità che occorrono. Certo, per far fronte a questa difficoltà economica servono misure dure, a volte impopolari: a volte si dovranno scontentare alcune categorie di lavoratori, altre volte alcune “lobby “, insomma il rischio di perdere i tanto agognati voti c’è ed è molto alto. E questo rischio non se lo vuole prendere nessuno, così l’agenda politica è riempita ormai da mesi sulla discussione IMU, che è certamente importante, ma non è proprio la ricetta giusta per tornare a crescere. Le priorità sembrano essere la giustizia ed il potere della magistratura, il congresso e le sue regole, e così da entrambe le parti si levano discussioni e prese di posizione che nulla hanno a che fare con le vere riforme di cui ha urgentemente bisogno questo Paese.

Il risultato è un governo di larghe intese continuamente in bilico, che ben poca forza può avere per prendere decisioni drastiche. Come abbiamo visto il premier Letta è continuamente costretto a tenere unita una maggioranza che storicamente è agli antipodi, e ciò crea ancora maggiori difficoltà.

Dal canto suo Napolitano sta a guardare e prende tempo, ben sapendo che questo è l’unico esecutivo per adesso possibile, e che lo scioglimento delle Camere ed il ritorno alle elezioni sarebbe deleterio, soprattutto con questa legge elettorale.

Così ci ritroviamo un Paese fermo, bloccato, che non cresce. Un Paese dalle grandi potenzialità che forse, però, non vengono sfruttate a dovere. Ed è forse da qui che si potrebbe ripartire: dalle nostre capacità, che sono tante, più di quelle che pensiamo,  sfruttando tutte le virtù che il mondo ci invidia. A partire dall’infinità di beni culturali ed artistici di cui siamo circondati, dal valore ancora oggi inestimabile, che rendono la nostra terra un vero e proprio museo a cielo aperto. Passando per l’eccellenza del nostro marchio “Made in Italy”, apprezzato in tutto il mondo grazie alle migliaia di piccole e medie imprese che lavorano con qualità e professionalità. Arrivando alla tanta voglia di fare di quei giovani che non si arrendono, che comunque sia credono ancora in un futuro nella loro terra madre, che troppo spesso li ha abbandonati e che non ha ricambiato questo amore. Una fiducia tradita da una classe dirigente troppo lontana dal Paese reale, troppo preoccupata a pensare ai propri problemi per poter badare all’interesse collettivo, unico e vero fine della politica. Aspettiamo speranzosi dei politici che siano mossi dal bene comune, e che per raggiungerlo prendano decisioni concrete, senza paura di perdere voti e poltrona, smettendola di “decidere di non decidere”. Uomini di Stato, ecco quello di cui abbiamo bisogno: persone che intraprendano la professione politica come “missione” e non come carriera personale. “Un politico pensa alle prossime elezioni, uno statista alle prossime generazioni”: queste le parole di De Gasperi, che ben riassumono la realtà dei fatti, e che bene spiegano quello di cui ha bisogno oggi l’Italia.

Manuel Guerrini – Agenzia Stampa Italia

 

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