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(ASI) Caro Stefano, mi permetto di rivolgermi pubblicamente a te che nemmeno mi conosci e non sei più tra noi, a te che vorrai finalmente riposare lontano da questa vita terrena che non deve essere stata facile nel suo breve percorso. Ti scrivo con la stessa presunzione che mi porta a credere di rappresentare tante persone che come me, sentono l’esigenza di chiederti scusa.
Scusa perché membri di una comunità incapace di farsi carico della sofferenza individuale; scusa perché indifferenti alle sorti di tanti ragazzi come lo eri tu, smagriti e consumati dall’angoscia di vivere in una società dove non c’è alcun conforto; scusa per la violenza che torna a martoriare il ricordo delle tue fragili membra ogni volta che una nuova perizia riscrive la verità già scritta nel carattere meschino e vile dei silenzi ufficiali; scusa perché troppo presi dalle nostre –rassicuranti- piccolezze quotidiane per accorgerci che il flagello della droga è sempre lì presente, causa di morte e dolore, una sofferenza che ci hanno insegnato a rifuggire a costo di calpestare quel patto di fratellanza e solidarietà che sta alla base dell’umana convivenza; scusa per chi non ti ha compreso e continua a cercare in te le nostre responsabilità; scusa per non averti evitato l’incubo di quelle ultime ore, solo e tremante, in balia di altre anime perse come la tua, travestite per l’occasione da demoni senza pietà in un girone infernale che mi terrorizza al solo pensiero. Mi rimane la consolante e vigliacca speranza di un tuo stato di semi-incoscienza dovuto alle botte ricevute, e a quella che l’ultima perizia ha chiamato sindrome da inanizione causata dall’assenza protratta di cibi e liquidi nel corpo. Sei morto di stenti sul letto di un ospedale pubblico, dove eri stato portato da quei garanti e tutori di non so più che cosa, con l’unica colpa di non esserti mai voluto bene.

 

Scusa Stefano.

Fabrizio Torella - Agenzia Stampa Italia

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