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Riceviamo e pubblichiamo una lettera che ci è giunta in redazione. Riteniamo che questa missiva sia utile quale spunto per un dibattito e per fare, in generale una riflessione  più ampia che coinvolga la geopolitica e in particolar modo l’area Asiatica,

 e, nel particolare, valutare meglio il perché avvengono  certe dinamiche  e perché queste  mettono costantemente sotto tiro la Birmania.

Lettera al Direttore. Birmania. Diritti umanitari e finalità geopolitiche

Aung San Suu Kyi è uno degli ultimi residui dell'universo latifondista, teocratico, e monacale che diventa uno strumento in mano
Washington.  In Occidente trionfa la retorica dell’eroina dei diritti umani. Ma in Birmania si gioca una partita di carattere economico e strategico, con gli Usa in prima fila.
La Birmania ha petrolio per 50 milioni di barili stimati e riserve  per miliardi di barili anche se ad alto contenuto di zolfo,inoltre ha
il più grande quantitativo provato di gas del Sud-Est asiatico, cioè 510  miliardi di metri cubi. Secondo dati 2004 della BP la Birmania ha il  1,37% delle riserve di gas naturale mondiale. Per concretizzare il dato,  l'Algeria da cui l'Italia importa più di un terzo del gas naturale,
ha  il 2,6% di riserve mondiali, la Russia è il paese con maggiori riserve  al mondo con il 27% delle riserve mondiali e anche da questo
importiamo gas.
La Birmania non solo rappresenta un invitante paradiso da sfruttare  economicamente, ma risulta anche geostrategicamente fondamentale
nella lotta contro la Cina. Quest'ultima stringe relazioni con paesi situati  nel Medio Oriente fino al sud della Cina, tra cui il Myanmar. Il 60%
delle importazioni di petrolio della Cina devono passare attualmente per  il distretto di Malacca, dominato dagli USA e dal Giappone. Il
blocco di questo distretto potrebbe avere delle ripercussioni drammatiche in Cina. I progetti di un oleodotto petrolifero tra la Cina e il Myanmar
accorcerebbero il tragitto del petrolio in mare di 3372 km ed eviterebbero soprattutto il passaggio per il distretto di Malacca.
Aung San Suu Kyi e il suo National League for Democracy (con filiali a  Washington!), rappresentano la facciata pacifinta necessaria per
coprire  l'ennesimo piano egemonizzante Imperialista firmato "U.S.A."; Da Liu Xiaobo, passando per il Dalai Lama, fino ad Aung San Suu Kyi:
cambiano i soggetti, ma resta sempre la stessa vecchia storia.


Birmania: dalla parte dei puri, contro i mondialisti.

 

Caro Direttore, in riferimento alla lettera sulla situazione in Birmania, apparsa in agenzia stampa, vorrei fare qualche considerazione. Ci sarebbe, innanzitutto, da fare una premessa fondamentale per parlare di strategie geopolitiche. E’ ben vero che la Birmania ha molto da offrire ed è altrettanto vero che potrebbe fare gola a tutti. Ma bisogna anche tenere in considerazione che, la Cina attuale, è totalmente cambiata ed è molto più vicino al sistema turbo-capitalista “made in U.S.A.” piuttosto che ad una Repubblica Popolare. Insieme ad Israele, India e Singapore, supporta la giunta militare di Rangoon per motivi strettamente economici. La Cina incrementa la sua economia grazie all’importazione di gas e legname dalla Birmania e si assicura un posto strategico (questo si strategico!) nei mari del sud-est asiatico. Se vogliamo continuare a pensare o a dire che la Birmania sia solamente il paese delle mille pagode, il paese del sorriso e della meditazione, come se fosse un angolo di paradiso in cui il tempo viene scandito dalle preghiere al Buddha e dai gong dei monaci come ci viene descritto sui depliant di alcune agenzie turistiche, possiamo continuare a farlo. Ma la cruda realtà è ben altra. Ci sono etnie (come quella dei Karen, dei Shan, dei Kachin, dei Mon e dei Karenni) massacrate dalle truppe di Rangoon, deportate per far posto alle infrastrutture di ricche multinazionali, eliminate perché rifiutano il contagio con il redditizio business della droga, sterminate per consentire lo stupro delle loro foreste da parte di affaristi di ogni nazionalità. In quadro simile, la finanza mondiale (tutta), dalle logiche liberal-capitaliste, ha un forte interesse a sostenere la giunta militare ed è favorevole all’estinzione di Popoli che ancora possiedono radici profonde e sono ostili a progetti mondialisti di omogeneizzazione di massa. Pare strano, davvero strano, ma in questo mondo “evoluto”, c’è ancora chi dice realmente no a tutto questo. Ed è proprio per questo motivo che bisogna tenere alta l’informazione, libera e corretta, non univoca, su quello che accade quotidianamente in Birmania, tralasciando Aung San Suu Kyi e molti altri Premi Nobel per la pace.

 

 

 

Risposta della Redazione

 

Dopo aver letto questi due interventi pervenuti in redazione, credo sia opportuno fare chiarezza. Non è intenzione di questa Redazione essere oggetto o mezzo di propaganda politica. Tanto più in una materia così delicata e complessa come quella relativa alla politica internazionale, di fronte alla cui poliedricità risulta regolarmente impossibile, se non grottesco, avventurarsi in argomentazioni strutturalmente astratte e generaliste, preda - come un pò tutto ormai nell'informazione italiana - della logica destra-sinistra, su livelli persino da bar dello sport.

Abbiamo deciso, per nostra natura di giornalisti al servizio dei cittadini e dei lettori, di dare spazio a tutte le posizioni degne di considerazione, a patto che siano argomentate. Del resto, in questi interventi, risulta difficile individuare, pur tra indiscutibili dati e testimonianze, una concreta analisti di natura scientifica.

E' evidente che, malgrado il supporto di innegabili numeri in materia energetica, la rilettura della questiona birmana quale esclusivo "smacco anti-cinese" è frutto di una superficiale ricostruzione, incapace di fornire un'ampia descrizione della situazione geopolitica dell'Oceano Indiano, che ad oggi coinvolge una serie impressionante di ragioni strategiche e commerciali, riconducibili alla gigantesca Sea Line of Communication compresa tra il Golfo di Aden (costa yemenita) e lo stretto di Malacca (tra Indonesia e Malesia), laddove è soprattutto l'India a svolgere, oggi, un'attività di primo piano, per emergere come potenza mondiale. La Cina, potrebbe semmai essere interessata ad un progetto di cooperazione bilaterale nel Sud Est Asiatico, per ricevere i benefici di un più diretto mercato marittimo, mediante progetti di canalizzazione in Tahilandia, scalzando dunque l'Indonesia e Singapore.

Quando poi la risposta a questo primo opinabile intervento è incentrata su notizie indimostrate e molto gravi - come l'ipotetico coinvolgimento del Governo di Rangoon nel narco-traffico internazionale - tematiche astratte, ideologiche e fondamentalmente non riconducibili a fattori economici, strategici e politici, ma di contorno, è chiaro comprendere come la tesi distorta e oggettivamente tendenziosa della "Cina turbo-capitalista" possa trovare spazio all'interno di discorsi fuori tempo e fuori epoca, incapaci di fuoriuscire da primitivismi - di destra o di sinistra - e da decrescitismi luddisti che già nella loro utopica e astratta struttura recano la loro auto-negazione.

 

Andrea Fais

Responsabile A.S.I. per la politica strategica e le questioni internazionali

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