L’incontro Xi-Trump segna una nuova fase, spazio alla stabilità strategica costruttiva

Xi Trump(ASI) Dopo tanta attesa, nella giornata di giovedì i presidenti di Cina e Stati Uniti si sono incontrati a Pechino. Xi Jinping ha parlato di stabilità strategica costruttiva, indicandola come la via maestra per le relazioni bilaterali, a beneficio non soltanto dei due Paesi coinvolti ma del mondo intero. Trump, da parte sua, è apparso molto più mansueto e disponibile all’ascolto rispetto al passato. A questo proposito, Andrea Fais, collaboratore di Agenzia Stampa Italia, è intervenuto sulle “colonne” di Radio Cina Internazionale per la rubrica “In altre parole”. Proponiamo qui di seguito la versione integrale dell’articolo.

Se n’era parlato molto negli ultimi mesi e alla fine è arrivata. Annunciata a stretto giro, l’attesa visita in Cina del presidente statunitense Donald Trump ha praticamente tenuto il mondo incollato davanti agli schermi di televisori, computer e smartphone. Ad accompagnare l’inquilino della Casa Bianca c’era una nutrita schiera di amministratori delegati di alcune tra le più importanti società a stelle e strisce, tra cui Tesla, Apple, Meta, Nvidia, Citigroup e Blackrock. Un segno dei tempi che cambiano, con Pechino che si conferma baricentro diplomatico ed economico del pianeta: il Paese asiatico non si limita infatti a riequilibrare i rapporti di forza internazionali o ad attrarre nuovi capitali dall’estero, ma getta le basi per definire meccanismi e strumenti di una governance globale adeguata al nuovo contesto multipolare, cercando al contempo di affermarsi quale porto sicuro per investimenti internazionali in settori ad alto valore aggiunto.

Durante il vertice di giovedì mattina nella Grande Sala del Popolo, il presidente cinese Xi Jinping, sorridente e rilassato in volto, ha esortato i due Paesi a porre l’accento sulla cooperazione, anziché sullo scontro. “Cina e Stati Uniti possono superare la trappola di Tucidide e creare un nuovo paradigma di relazioni tra grandi nazioni?”, si è chiesto il leader del colosso asiatico, richiamando il concetto reso celebre una decina di anni fa dal politologo Graham Allison per indicare il costante timore di Washington che l’emergente potenza cinese riesca a scalzarne il primato.

“Possiamo affrontare le sfide globali insieme e contribuire ad una maggiore stabilità nel mondo?”, ha incalzato Xi, che ha proseguito: “Possiamo costruire insieme un futuro luminoso per le nostre relazioni bilaterali nell’interesse del benessere dei due popoli e del futuro dell’umanità?”. Domande retoriche, indubbiamente, eppure “vitali per la storia, il mondo e le persone”, come ha sottolineato il capo di Stato cinese, definendole senza mezzi termini gli “interrogativi dei nostri tempi”, cui i leader degli attori principali “debbono rispondere assieme”. Dicendosi pronto a lavorare con Trump per “fissare la rotta e la direzione della grande nave delle relazioni bilaterali”, Xi vorrebbe che questo fosse un anno “storico”, capace di aprire un “nuovo capitolo” nei rapporti sino-statunitensi.

Il presidente della Repubblica Popolare ha ribadito un concetto ormai consueto nelle sue riflessioni, cioè quelle “grandi trasformazioni mai viste prima in un secolo” che stanno accelerando a livello globale, sullo sfondo di un contesto internazionale “fluido e turbolento”. Vera parola chiave nel suo intervento è tuttavia “stabilità strategica costruttiva”, ovvero: “stabilità positiva”, con la cooperazione quale pilastro fondamentale; “stabilità sana”, che contempli la competizione entro limiti appropriati; “stabilità costante”, con divergenze gestibili; e “stabilità duratura”, con una pace prevedibile. Non uno slogan, sostiene Xi, ma un impegno concreto in questa direzione.

L’anno scorso, le tensioni erano salite alle stelle. Nel primo semestre del suo secondo mandato, Trump aveva alzato il livello dello scontro con Pechino: non soltanto i dazi, tutt’altro che reciproci, ma anche altre restrizioni e minacce esplicite. Di fronte alla dura realtà dei fatti, l’inquilino della Casa Bianca ha dovuto prendere atto che, nonostante i ripetuti tentativi di disaccoppiamento, le due economie sono ancora profondamente legate tra loro.

In una guerra tariffaria prolungata tra Cina e Stati Uniti non ci sarebbero stati vincitori: lo avevano già spiegato le autorità di Pechino in quei mesi difficili, e alla fine il presidente Trump non ha potuto che dar loro ragione. Dopo cinque incontri tra maggio e ottobre, le delegazioni dei due Paesi hanno così preparato il terreno diplomatico per il vertice bilaterale dello scorso ottobre a Busan, in Corea del Sud, durante il quale i due presidenti hanno concordato un anno di tregua commerciale, sospendendo vicendevolmente tutte le misure e le contromosse dei mesi precedenti.

“Quando ci sono disaccordi e frizioni, la consultazione paritaria è l’unica scelta corretta”, ha ricordato Xi al suo omologo d’oltreoceano, elogiando il lavoro positivo svolto il giorno prima dai gruppi di negoziatori. “Si tratta di una buona notizia per i popoli dei due Paesi e per il mondo”, ha osservato il leader, specificando che “le imprese statunitensi sono profondamente coinvolte nel processo di riforma e apertura della Cina”, pronta in tal senso a raccogliere i frutti di una maggiore cooperazione reciprocamente vantaggiosa.

“Le parti dovrebbero mettere in pratica le importanti intese raggiunte e utilizzare meglio i canali di comunicazione nell’ambito politico-diplomatico e in quello dello scambio tra apparati militari”, ha continuato Xi, indicando che Pechino e Washington “dovrebbero estendere gli scambi e la cooperazione in settori quali economia e commercio, sanità, agricoltura, turismo, relazioni socio-culturali e forze dell’ordine”.

Inevitabile, sul fronte della sicurezza, il riferimento a Taiwan, provincia cinese, secondo il diritto internazionale, ma ancora oggi sostenuta e rifornita di armamenti dal Pentagono, contravvenendo così alle garanzie stabilite dal terzo comunicato congiunto sino-statunitense del 1982. “Se la questione è gestita correttamente, le relazioni bilaterali godranno di stabilità complessiva, altrimenti i due Paesi affronteranno scontri e persino conflitti, mettendo gravemente a repentaglio l’intero rapporto”, ha avvisato il presidente cinese. Il concetto di “indipendenza taiwanese”, più volte richiamato da esponenti politici della coalizione pan-verde che governa l’isola, è ritenuto “inconciliabile” con l’idea di pace tra le due sponde dello Stretto: il principio di ‘Una sola Cina’, sancito dalla Risoluzione ONU 2758 del 1971, non ammette ambiguità a questo riguardo.

Apparso mansueto e ossequioso, Donald Trump ha parlato del “grande onore” che questa visita rappresenta ai suoi occhi. “Il presidente Xi ed io abbiamo avuto scambi amichevoli e lavorato su molte questioni importanti”, ha affermato durante il vertice, definendo il suo omologo “un grande leader” e la Cina “un grande Paese”. Trump ha ammesso candidamente che quello di giovedì è stato “il più grande summit osservato dal mondo”, poco prima della promessa di “lavorare insieme per rafforzare la comunicazione e la cooperazione, affrontare in modo appropriato le differenze, migliorare le relazioni bilaterali come mai prima d’ora e abbracciare un futuro fantastico”.

Ovviamente le dichiarazioni dell’inquilino della Casa Bianca vanno sempre prese con la massima prudenza. L’idea, messa per iscritto a novembre nella National Security Strategy, che la forza possa essere liberamente utilizzata come strumento di pressione o coercizione diplomatica mal si concilia con la dottrina della coesistenza pacifica promossa da Pechino e declinata secondo l’ormai collaudato schema della cooperazione dal mutuo vantaggio (win-win). Allo stesso modo, il suprematismo più volte sbandierato dall’Amministrazione Trump è in netto contrasto con le quattro iniziative globali (GDI, GSI, GCI e GGI) lanciate da Xi Jinping per riformare il sistema delle relazioni internazionali e ridurre il divario tra economie avanzate ed economie in via di sviluppo.

Eppure, su un aspetto le considerazioni di Trump rispondono certamente al vero, ovvero quando afferma che i due Paesi sono i più importanti e i più potenti del pianeta, e che insieme possono “fare molte cose grandi e buone” per sé stessi e per il mondo. Sebbene calati in modo significativo nel corso del 2025, il commercio bilaterale e gli investimenti nelle due direzioni restano decisivi.

La stabilità strategica costruttiva menzionata durante l’incontro è l’ultima declinazione di un paradigma improntato al dialogo e al beneficio reciproco.

 

Andrea Fais - Radio Cina Internazionale (CGTN)

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