Donald Trump e Xi Jinping: il vertice di maggio tra guerra, energia e nuova competizione globale

(ASI) L’incontro tra Donald Trump e Xi Jinping previsto per il 14-15 maggio in Cina si preannuncia come uno degli snodi geopolitici più rilevanti del 2026. Non solo perché sarà la prima visita di un presidente americano a Pechino da quasi dieci anni, ma perché arriva nel mezzo di una crisi internazionale che ha già riscritto alcune regole del gioco globale.

La decisione di posticipare il viaggio, inizialmente previsto per fine marzo, è legata direttamente alla guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran. Un conflitto che ha avuto un effetto immediato: destabilizzare il mercato energetico globale dopo la chiusura dello Stretto di Hormuz, arteria vitale per il petrolio e il gas liquefatto. In questo contesto, la Casa Bianca ha ritenuto indispensabile la presenza di Trump sul fronte interno e militare, rinviando la diplomazia di alto livello.

Ma è proprio questo rinvio a cambiare la natura del vertice. Non più un incontro programmato in tempi relativamente stabili, bensì un summit che si inserisce in una fase di tensione acuta, dove sicurezza energetica, guerra e competizione tra grandi potenze si intrecciano in modo diretto.

Secondo la portavoce della Casa Bianca, Xi ha compreso la necessità del rinvio. Un segnale importante: nonostante le tensioni strutturali tra Washington e Pechino, il canale di comunicazione resta aperto.

Negli ultimi anni, le relazioni tra Stati Uniti e Cina sono state segnate da frizioni su commercio, tecnologia e sicurezza, dal dossier Taiwan alle catene di approvvigionamento. Tuttavia, il concetto ribadito anche da Pechino resta valido: la diplomazia tra leader ha un ruolo “insostituibile” e deve prescindere da tensioni e conflitti.

Il vertice di maggio sarà seguito, entro fine anno, da una visita reciproca di Xi a Washington. Una doppia tappa che segnala un tentativo – quantomeno – di stabilizzazione del rapporto bilaterale.

Se c’è un elemento che pesa più degli altri su questo incontro è la guerra con l’Iran. Non solo per il suo impatto militare, ma per le conseguenze economiche globali.

La chiusura dello Stretto di Hormuz ha provocato una crisi energetica immediata, mettendo sotto pressione le economie importatrici e costringendo gli Stati Uniti a chiedere supporto agli alleati per riaprire la rotta. In questo scenario, la Cina occupa una posizione ambigua ma centrale: è uno dei principali acquirenti di petrolio iraniano e il più grande importatore mondiale di energia.

Trump ha cercato di coinvolgere Pechino nella gestione della crisi, ma senza ottenere una risposta chiara. Questo rende il vertice ancora più delicato: non sarà solo un incontro bilaterale, ma un confronto su come gestire, o contenere, una crisi globale.

Dietro la retorica dei “rapporti storici” e della cooperazione, resta una realtà più complessa. Stati Uniti e Cina non stanno tornando a una fase di distensione classica. Piuttosto, stanno cercando di gestire una competizione strutturale evitando che degeneri in confronto diretto.

Sul tavolo ci saranno probabilmente accordi “soft”, agricoltura, componenti industriali, forse aviazione, ma anche dossier molto più sensibili: Taiwan, tecnologia, catene di approvvigionamento e accesso alle risorse strategiche come le terre rare.

Negli ultimi mesi, Washington ha intensificato la pressione su Pechino proprio su questi fronti, mentre la Cina ha risposto con misure simmetriche, tra restrizioni e contro-indagini commerciali. Il risultato è una relazione che oscilla costantemente tra negoziazione e confronto.

Il punto centrale è che questo incontro non riguarda solo Stati Uniti e Cina. È un test sul funzionamento del sistema internazionale in una fase di frammentazione crescente.

Da un lato, la guerra in Medio Oriente dimostra quanto rapidamente una crisi regionale possa avere effetti globali. Dall’altro, la necessità di un dialogo tra Washington e Pechino conferma che, nonostante tutto, il mondo resta in parte strutturato attorno alle grandi potenze.

Il vertice di maggio sarà osservato proprio per questo: non tanto per i risultati immediati, quanto per i segnali. Segnali di stabilizzazione, se emergeranno; oppure di ulteriore irrigidimento.

Tommaso Maiorca – Agenzia Stampa Italia

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