(ASI) Se la politica è l'arte del possibile, per il Cardinale Pierbattista Pizzaballa la "tavola della pace" apparecchiata da Donald Trump rischia di essere l'arte dell'imposizione.
Il Patriarca di Gerusalemme, fine conoscitore dei pesi e dei contrappesi del Medio Oriente, solleva una critica che non è solo dottrinale, ma profondamente politica: un piano di pace non può essere un’OPA (Offerta Pubblica di Acquisto) su un territorio tormentato.
Il fallimento del metodo unilaterale
L’approccio di Trump, basato su incentivi economici e pressione diplomatica asimmetrica, si scontra con la realtà di un conflitto che non accetta soluzioni "chiavi in mano". Pizzaballa contesta la logica del fatto compiuto: spostare l'asse diplomatico senza il coinvolgimento reale della leadership palestinese non risolve la crisi, la congela in una bolla di instabilità. Per il Cardinale, la politica dei "due pesi e due misure" mina la credibilità di qualsiasi mediatore internazionale.
Il nodo della sovranità e lo status di Gerusalemme
Il punto di rottura politico è Gerusalemme. Mentre la visione di Trump tende a normalizzare lo status quo attuale, Pizzaballa rilancia la necessità di uno statuto speciale che garantisca la pluralità. Accettare una tavola dove la sovranità è decisa dalla forza e non dal diritto internazionale significa, per il Patriarca, abdicare al ruolo della diplomazia multilaterale.
"Non esiste pace senza sovranità condivisa nel rispetto delle identità," emerge dalle posizioni del Patriarcato.
In questa partita a scacchi, Pizzaballa si posiziona come il difensore di una terza via: quella che rifiuta la "pace economica" di Washington per chiedere una "pace politica" che passi dal riconoscimento reciproco. Senza questo passaggio, il tavolo di Trump resterà un salotto vuoto, mentre fuori la storia continua a bruciare.



