(ASI) - Mario Draghi ha affermato a Bruxelles che l’«ordine globale è defunto» richiamando i leader dell’Unione europea alla necessità di un maggiore grado di integrazione, coesione e soprattutto autonomia strategica. La dichiarazione si inserisce in un dibattito ormai diffuso tra analisti istituzionali e responsabili politici sulla perdita di stabilità dell’architettura internazionale post-Guerra fredda e sulla funzione futura dell’Unione europea nel sistema globale.
La terminologia “ordine globale” si riferisce al sistema internazionale che per decenni si è fondato su regole multiple dettate da numerosi attori, sulla libertà di commercio e su alleanze stabili in cui gli Stati Uniti hanno avuto un ruolo di guida, sostenendo un equilibrio politico e una sicurezza collettiva avanzata in Europa e oltre. Draghi ha ricordato che tale assetto ha garantito prosperità e stabilità, ma oggi, di fronte alla trasformazione delle dinamiche geopolitiche, non può e non deve essere più dato per scontato.
Questa osservazione è resa evidente dalla progressiva e sempre più complessa competizione tra le grandi potenze, dalla guerra in Ucraina, dalle tensioni commerciali e strategiche tra Stati Uniti e Cina, e soprattutto dalla crescente impressione che gli accordi e le istituzioni tra i vari Paesi non siano più sufficienti a contenere le rivalità globali. In questo contesto, Draghi sostiene l’idea di una trasformazione dell’Unione europea in una struttura più profonda e federale, in grado di superare la tradizionale logica di voto all’unanimità sui temi cruciali e affrontare questioni di sicurezza, difesa e politica estera con strumenti propri e in un certo senso innovativi.
Draghi si riferisce all’autonomia strategica europea, ossia a quell’insieme di capacità politiche, industriali, economiche e militari che consentirebbero all’Unione di agire in modo indipendente o al limite complementare, rispetto ad alleati esterni. Nel suo discorso Draghi ha anche puntualizzato che il “crollo” dell’ordine globale non è di per sé la minaccia principale, piuttosto, la possibile presenza di una sorta di “vuoto normativo” in grado di aprire a dinamiche di potere incontrollate. In sostanza, non si tratta solo della fine di un sistema, ma della conseguente natura di ciò che potrebbe venire successivamente.
La coesione europea e la sua capacità di proiettare “influenza” attraverso regole condivise diventano così centrali, perchéL’UE è chiamata a preservare il proprio modello politico ed economico non attraverso la forza, ma tramite la credibilità delle istituzioni, la prevedibilità delle norme e la capacità di trasformare standard comuni in strumenti di stabilità. In questa prospettiva, l’influenza europea si misura nella possibilità di incidere sui processi decisionali globali, di tutelare i propri interessi strategici e di offrire un riferimento regolatorio a partner e paesi terzi, riducendo la dipendenza da attori esterni e rafforzando la tenuta interna del progetto europeo.
Carlo Armanni - Agenzia Stampa Italia
Foto AI Sora su input Carlo Armanni



