(ASI) Dopo il vile attacco portato dagli Stati Uniti in Venezuela ai danni del governo chavista, sono molti gli interrogativi cui occorre dare una risposta soprattutto per capire le ripercussioni interne, regionali e globali.
Il primo mandatario di Caracas è stato arrestato e, sembra, già tradotto in territorio statunitense. Evidentemente Washington, nonostante la propaganda antichavista messa in scena in tutti questi anni, temeva che il tentativo di golpe potesse fallire come nel 2002 quando provarono a rovesciare Chavez imprigionandolo, dovendolo poi liberare a furor di popolo, o quando nel 2019 l'oppositore Juan Guaidò si autoproclamò presidente invitando la popolazione alla guerra civile con i venezuelani che si girarono dall’altra parte abbandonandolo al proprio destino. Ora è probabile che Maduro possa subire un processo iniquo e non trasparente negli Stati Uniti con l’accusa, ancora tutta da dimostrare, di favoreggiamento del narcotraffico e crimini contro l’umanità.
In merito all’assetto interno del Paese, la presidenza è passata ad interim nelle mani della vice di Maduro, Delcy Rodríguez, anch'essa nel mirino degli Stati Uniti; tutto probabilmente si deciderà nelle prossime settimane visto che storicamente gennaio è il mese in cui in Venezuela il nuovo presidente presta giuramento. Praticamente scontato che la Casa Bianca cercherà di far rientrare Maria Machado in Venezuela, fresca di premio Nobel per la pace, nel tentativo di aizzare le folle per scatenare una guerra civile e autorizzare un intervento su larga scala per appropiarsi del petrolio venezuelano e su altre materie prime critiche, ciò su cui presumibilmente punta l'Amministrazione Trump.
In questo momento fare previsioni sul futuro del Paese latinoamericano è praticamente impossibile, tuttavia l’ipotesi più probabile, anche per evitare nuovi attacchi militari e magari alleggerire le pesanti sanzioni imposte da Washington, è che siano indette nuove elezioni presidenziali tra agosto ed ottobre con tanto di osservatori internazionali, ovviamente di parte, per convalidarne i risultati, qualora dovesse vincere un candidato antichavista e filostatunitense, o denunciare brogli, qualora le mire di Donald Trump dovessero miseramente fallire.
A livello regionale, eccezion fatta per il presidente argentino Javier Milei, fedelissimo del tycoon, tutti i Paesi hanno condannato l’aggressione e ribadito il sostegno a Caracas. Il presidente colombiano Gustavo Petro ha persino annunciato il dispiegamento dell'esercito alla frontiera con il Venezuela, affermando che "se si dispiega la forza pubblica alla frontiera, si dispiega anche tutta la forza assistenziale di cui disponiamo nel caso di un ingresso massiccio di rifugiati”.
Anche dall'Europa sono giunte voce di condanna, pur tra mille se e ma, all’attacco statunitense. Ovviamente, nessuno, tra i vertici UE, prenderà minimamente in considerazione l'ipotesi ucraina, ovvero quella di imporre sanzioni agli Stati Uniti ed inviare armi all'esercito venezuelano, in un cortocircuito della logica aggressore-aggredito, come già accaduto con gli attacchi israeliani sulla popolazione civile di Gaza. Insomma, come al solito, due pesi e due misure.
A livello globale ora bisognerà vedere le reazioni di Russia, Cina e Iran. Mosca, partner strategico del Venezuela, è impegnata nella guerra contro l’Ucraina e non può imbarcarsi in un conflitto a migliaia di chilometri di distanza. Non può nemmeno fornire facilmente aiuti militari, anche se non è da escludere che il Pentagono abbia avviato questa ennesima aggressione di uno stato sovrano sperando che i russi aiutino Caracas e rallentino le azioni contro Kiev.
La Cina è forse lo spettatore più interessato sul piano economico e commerciale. Nel Paese indiolatino, Pechino ha importanti investimenti ed interessi petroliferi. L’Iran, meno convolto in Venezuela, potrebbe essere il Paese destinato a pagare il prezzo più caro; le proteste che da giorni colorano le strade di alcune città, hanno ridato fiato a Washington e ad Israele contro Teheran e se gli Stati Uniti, come Trump e i suoi sperano, riuscissero a mettere le mani sul petrolio venezuelano, il governo Netanyahu potrebbe decidere attacchi mirati contro i giacimenti persiani per colpire i rivali senza causare una crisi energetica globale.
Fabrizio Di Ernesto - Agenzia Stampa Italia



