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(ASI) A ben vedere non sono mancati i colori dalle manifestazioni che negli ultimi dieci giorni hanno sfilato per le strade del centro di Budapest. Il verde, il bianco e il rosso della bandiera ungherese erano facilmente individuabili, giacché orgogliosamente sventolati da decine di migliaia di cittadini magiari intenti ad esprimere appoggio al loro Governo, la cui rediviva sovranità è insidiata da quelli che gli ungheresi definiscono “burocrati dell’Unione europea”.

 

Nulla di rivoluzionario, dunque, negli intenti di queste enormi folle di persone, bensì la volontà di affermare corrispondenza tra le scelte del Governo Orbán e le istanze del popolo. E’ per questo, evidentemente, che la stampa occidentale ha, se non ignorato, minimizzato l’entità o diffamato i contenuti di queste manifestazioni. Là dove le folle brandiscono le proprie bandiere nazionali, sostengono i propri sovrani e decidono di non voler spalancare le porte dei propri confini alle ingerenze straniere, per i media occidentali mancano i crismi del politicamente corretto. Il principio che sta alla base delle scelte editoriali è semplice: se non è “rivoluzione colorata” (dai vessilli monocromatici del pensiero unico mondialista), non è legittimo parlarne. Desolante che questo selettivo e arbitrario principio finisca per nascondere all’opinione pubblica una realtà invece meritevole di venire approfondita, non fosse altro che per assolvere la funzione di imparzialità che dovrebbe qualificare la stampa. Una realtà molto vasta, stando ai numeri dei partecipanti a queste manifestazioni in solidarietà del Governo ungherese e contro l’Unione europea.

L’ultimo di questi appuntamenti si è registrato sabato scorso. Un gruppo di figure pubbliche - giornalisti, scrittori, accademici, imprenditori - vicine alle idee del partito di Governo Fidesz ha indetto un raduno, al centro di Budapest, per esprimere vicinanza al premier Orbán. L’iniziativa è stata definita “marcia della pace per l’Ungheria”, e ha avuto lo scopo di affermare “il progresso e l’indipendenza” della nazione magiara. L’adesione è stata gigantesca, la strada che collega la centralissima piazza degli Eroi al Parlamento si è trasformata in un fitto fiume di gente (stime parlano di almeno centomila partecipanti). Tantissime le bandiere ungheresi, ma anche tante le torce accese, le quali, nel buio del tardo pomeriggio, hanno reso suggestiva l’atmosfera. Tra i partecipanti anche Szilard Nemeth, sindaco del distretto di Csepel, a Budapest, il quale ha rivolto un appello al popolo affinché preghi per Orbán, in modo da difenderlo dagli “attacchi brutali” cui è sottoposto in questo periodo.

Il massiccio corteo di sabato scorso ha convogliato una serie di iniziative susseguitesi nei giorni precedenti, altrettanto espressive delle istanze di una larga fetta della popolazione ungherese. Il 14 gennaio, esattamente una settimana prima del grande raduno di sabato scorso, in strada era invece sceso il partito Jobbik, attualmente all’opposizione. L’iniziativa di Jobbik - caratterizzato da una linea fortemente nazionale e sociale, oltre che contraria all’Unione europea - ha riscosso un ampio successo, si parla di diverse migliaia di manifestanti. Dal palco della manifestazione Elod Novak, eletto in Parlamento tra le file di Jobbik, ha dato alle fiamme una bandiera dell’Unione europea, gesto seguito alle parole appassionate di un suo compagno di partito, l’europarlamentare Csanad Szegedi: “Questa settimana l’Ue ha dichiarato guerra all'Ungheria in modo aperto e violento”. E’ bene ricordare che Jobbik, partito che i media italiani bollano sbrigativamente come la deriva fascista di un marginale drappello di squinternati, è il secondo partito d’opposizione in Ungheria e, nelle elezioni del 2010, ha guadagnato 47 seggi in Parlamento.

L’Ungheria, tallonata da speculazioni finanziarie che rischiano di condurla al fallimento, vive giorni cruciali. La scorsa settimana l’Unione europea ha avviato una procedura d’infrazione nei confronti del Paese governato da Viktor Orbán. Quest’ultimo avrà nella giornata di martedì un incontro con José Manuel Barroso, presidente della Commissione europea, per cercare di appianare le controversie nate dopo l’entrata in vigore della nuova Costituzione ungherese. Una soluzione rosea per l’Ungheria è forse un bandolo di una matassa che Gabor Vona, leader di Jobbik, ha individuato in una strada ben precisa: “La parola torni ai cittadini, l’Ungheria deve uscire dall’Unione europea”. La grande partecipazione alle manifestazioni degli ultimi giorni dimostra che Gabor Vona è interprete di un pensiero molto diffuso tra il popolo magiaro.


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