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Myanmar: stupri e violenze contro le etnie continuano.

di Fabio Polese

(ASI) Mae Sot, Thailandia – Dopo più di cinquanta anni, il più alto rappresentante della politica estera americana, si è recato in Myanmar. “Sono qui oggi perché il presidente Obama e io siamo soddisfatti delle riforme avviate da questo governo” ha detto il segretario di stato Hilary Clinton. Queste presunte riforme democratiche sarebbero partite da quando, l’anno scorso, la leader dell’opposizione Aung San Suu Kyi è stata liberata dopo anni di prigionia. Oltre a questo, nei giorni scorsi, il governo del Myanmar, ha permesso alla Lega Nazionale per la Democrazia (il partito di Aung San Suu Kyi), di potersi registrare per rientrare a pieno titolo nella politica governativa e per concorrere per i seggi in parlamento; inoltre, se pur con delle restrizioni, come quelle di non poter manifestare nelle vicinanze dei palazzi governativi, la giunta birmana, ha approvato la legge che legalizza le proteste politiche di piazza. Indiscutibilmente, questi, sono piccoli passi, che sarebbero stati quasi impossibili solo da immaginare.

Sempre la Clinton, a colloquio con il presidente birmano Thein Sein, ha chiesto maggiori garanzie per il rilascio di tutti i prigionieri politici e la fine dei conflitti con le minoranze etniche del Myanmar. Sono attualmente in corso offensive dell’esercito birmano contro l’etnia Kachin e, nel distretto di Dooplaya, nello Stato Karen, le postazioni militari birmane sono state rinforzate per un possibile attacco contro i villaggi protetti dall’Esercito di Liberazione Karen.

Mentre si parla quasi esclusivamente del premio nobel per la pace Aung San Suu Kyi, attacchi, stupri e violenze per le etnie, continuano a verificarsi quotidianamente. Moon Nay Li, portavoce della Kachin Women’s Association Thailand, ha dichiarato al quotidiano The Irrawaddy che “con le elezioni generali del 2010, la situazione invece di migliorare è peggiorata sempre di più – e ha continuato - l’impunità sancita nella costituzione ai vertici militari, non aiuta a punire i casi di abusi commessi dall’esercito nei confronti della popolazione civile e in particolar modo alle donne”.

C’é ancora molta strada da fare e sicuramente, i Karen, come i Kachin e altre etnie, non si faranno trovare impreparati e continueranno la lotta per la propria autodeterminazione.

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