(ASI) Lo scorso maggio, il presidente statunitense Joe Biden aveva ordinato alle varie agenzie di intelligence del Paese di avviare immediatamente un'indagine sull'origine del SARS-CoV-2. Secondo le indicazioni dell'inquilino della Casa Bianca, entro novanta giorni tutte le strutture attivate avrebbero dovuto fornire un rapporto esaustivo per accertare le ipotesi e le accuse lanciate più volte, anche se in modo contraddittorio, dal suo predecessore Donald Trump, ma più recentemente ritenute plausibili anche dall'immunologo Anthony Fauci, consigliere medico capo del Presidente degli Stati Uniti.

Il tycoon aveva puntato il dito contro l'ormai famoso Laboratorio di Bio-Sicurezza (P4), realizzato alla fine del 2014 in collaborazione con il Centro Internazionale di Ricerca Infettivologica della Francia (CIRI) all'interno dell'Istituto di Virologia di Wuhan, la città cinese che ha registrato il primo focolaio mondiale accertato dell'epidemia di nuovo coronavirus tra dicembre 2019 e gennaio 2020.

Secondo quanto alcuni politici e media occidentali ripetono da mesi, in quel laboratorio sarebbero stati studiati virus potenzialmente dannosi per l'uomo, tra cui un coronavirus opportunamente modificato per risultare più aggressivo. Per un errore umano, o addirittura per dolo, secondo le tesi cospirazioniste, questo patogeno "manipolato" sarebbe fuoriuscito dal laboratorio infettando una o più persone, che si sarebbero così trasformate in vettori.

Pochi giorni fa, però, le agenzie di intelligence incaricate da Biden hanno chiuso l'indagine con un sostanziale nulla di fatto. Pur contrastanti, in alcuni casi, le une con le altre, le conclusioni presentate dagli esperti non sono riuscite ad affermare con certezza l'origine del virus che sta mettendo in difficoltà tutto il mondo da oltre un anno e mezzo. Secondo quanto trapelato sulla stampa statunitense, tutte le ipotesi restano sul tavolo. Alcune agenzie sostengono la plausibilità della trasmissione zoonotica, e dunque del salto di specie animale, mentre altre la possibilità dell'incidente di laboratorio. Nessuna di loro prende in considerazione la volontà di creare un'arma batteriologica, ma in generale non ci sono elementi sostanziali per risalire all'origine del virus.

L'OMS era già stata sul campo con un team di esperti a Wuhan nella fase iniziale della pandemia, tra gennaio e marzo 2020. Un anno dopo, nello stesso periodo, l'organizzazione diretta dall'etiope Tedros Adhanom Ghebreyesus è tornata in città per un'indagine approfondita che ha portato - dopo quattro settimane di ricerche - alla stesura di un rapporto conclusivo di 120 pagine, nelle quali è stata confermata l'elevata probabilità della trasmissione zoonotica, cioè da animale a uomo, del SARS-CoV-2, ritenendo «estremamente improbabile» l'ipotesi della fuga dal laboratorio [G. Santevecchi, Rapporto Oms sull’origine del virus, cosa sappiamo e perché l’Occidente non si fida ancora della Cina, Corriere della Sera, 31/3/2021].

L'indagine dell'OMS, tuttavia, era stata subito bollata come una specie di "farsa" dal Dipartimento di Stato americano, dove nel frattempo si era accasato il democratico Anthony Blinken, che aveva subito chiesto nuove indagini, definendo non convincenti quelle svolte. Pechino, stizzita per il commento di Washington, ha sempre negato qualsiasi responsabilità a tutti i livelli, riconducendo le accuse ad una strategia di strumentalizzazione della pandemia per scopi di diffamazione e delegittimazione internazionale. Il governo cinese, biasimato da alcuni osservatori per aver condiviso soltanto dati parziali, ha rifiutato qualsiasi proposta di tornare nuovamente ad indagare, invitando anzi l'OMS ad «inviare i suoi ricercatori in altri Paesi del mondo», dal momento che in Cina non è stato trovato alcunché di rilevante.

Alcuni organi di stampa cinesi, tra cui il Global Times, hanno puntato più volte il dito, chiedendo all'OMS indagini in loco, contro il Laboratorio Biologico Militare di Fort Detrick, nel Maryland, chiuso temporaneamente nel luglio 2019 per ragioni di sicurezza nazionale legate a problemi riscontrati dal CDC statunitense rispetto allo smaltimento di materiali pericolosi nel quadro della ricerca sui germi mortali [D. Grady, Deadly Germ Research Is Shut Down at Army Lab Over Safety Concerns, New York Times, 5/8/2019].

Attraverso il Ministero degli Esteri, inoltre, il governo cinese ha già cominciato dallo scorso anno a sottolineare l'importanza di alcuni dati provenienti dal resto del mondo ai fini di una ricerca imparziale e scientifica sul virus. Ad esempio, uno studio spagnolo del giugno 2020, condotto dall'Università di Barcellona, ha individuato tracce del SARS-CoV-2 in alcuni campioni di acque reflue della città catalana risalenti al marzo 2019, cioè oltre nove mesi prima che il virus venisse isolato e identificato in Cina. Il capo ricercatore Albert Bosch aveva dichiarato in quei giorni che i livelli di SARS-CoV-2 individuati nei campioni erano «bassi ma positivi» [N. Allen - I. Laundaro, Coronavirus traces found in March 2019 sewage sample, Spanish study shows, Reuters, 26/6/2020].

Un altro studio europeo è quello condotto nel novembre dello scorso anno dall'Istituto Nazionale dei Tumori di Milano in collaborazione con l'Università degli Studi di Milano, l'Università di Siena e VisMederi srl. Analizzando i campioni di plasma di 959 persone aderenti a SMILE, un programma di screening per la diagnosi precoce del tumore del polmone, che prevede anche un prelievo ematico per la valutazione dei miRNA nel sangue, è risultato che 111 dei 959 campioni analizzati, hanno dato riscontro positivo e, di questi, 6 sono risultati positivi anche agli anticorpi neutralizzanti il virus (IgG), 4 dei quali già ad ottobre 2019. Come sottolineato da Giovanni Apolone, Direttore Scientifico dell'Istituto, i dati raccolti consentono di dimostrare «la presenza di anticorpi specifici del coronavirus all'inizio di settembre 2019, segno di un "incontro" col virus tra luglio e agosto» [INTM/Regione Lombardia, Covid 19. Studio su cittadini asintomatici rivela anticorpi del virus SARS-CoV-2 nel periodo pre pandemico in Italia, 16/11/2020].

Queste ricerche, qualora confermate in via definitiva, potrebbero non soltanto smentire definitivamente la teoria della fuga dal laboratorio di Wuhan, ritenuta impossibile dallo stesso Gabriel Gras, l'esperto francese che supervisionò i lavori per la costruzione della struttura [J. Power, ‘0 per cent’ chance: former French official who oversaw safety standards at Wuhan lab dismisses leak theory, SCMP, 11/6/2021], ma addirittura localizzare l'origine del virus fuori dalla Cina. Non necessariamente in Spagna e in Italia, dove la trasparenza del sistema universitario e di ricerca si è dimostrata assoluta, ma in molte altre parti del mondo in cui l'agente patogeno potrebbe aver circolato per mesi, o forse persino per anni, in forma "silente" e non aggressiva per poi attivarsi e purtroppo cominciare a mietere vittime, specie tra i soggetti più fragili.

A sostenere la concretezza di questa possibilità, tutt'altro che fantasiosa, è Tom Jefferson, medico presso il Center for Evidence-Based Medicine (CEBM) del Dipartimento di Scienze della Salute delle Cure Primarie di Nuffield, presso l'Università di Oxford. Citato dal The Telegraph nel luglio dello scorso anno, il professore britannico ha sostenuto, anche sulla base dello studio dell'Università di Barcellona, che il SARS-CoV-2 potrebbe essersi attivato alla fine del 2019 per effetto di mutate condizioni ambientali, ma che fosse in realtà già presente in natura e nell'uomo da lungo tempo. «Dobbiamo iniziare a ricercare l'ecologia del virus, capire come ha avuto origine, come è mutato. Penso che il virus fosse già qui, e "qui" significa ovunque. Potremmo essere davanti a un virus dormiente che è stato attivato dalle condizioni ambientali» [B. Simonetta, Il coronavirus potrebbe essere rimasto inattivo ovunque da chissà quanti anni, Sole24Ore, 7/7/2020].

Al netto della ricerca accademica, appare chiaro ormai da oltre un anno che attorno alle diverse opinioni sull'origine della pandemia si sta giocando una partita molto politica e poco scientifica. Tenere in ballo tutte le ipotesi, pur senza prove concrete né certezze, rappresenta per l'Amministrazione Biden la possibilità di continuare ad insinuare sospetti su Pechino, lasciando aperta una supposizione che, in questo modo, non si può dimostrare ma nemmeno smentire.

Se il primo focolaio fosse esploso in una nazione politicamente neutrale o alleata di Washington, la questione sarebbe stata affrontata nello stesso modo? La risposta non è affatto scontata, né in un senso né nell'altro. Richiede ponderazione ma è fondamentale discuterne per aiutare la comunità mondiale a ripulire la mente dell'opinione pubblica dall'infodemia assorbita negli ultimi venti mesi e capire dove finisce l'ambito della scienza e dove comincia quello della politica.

Il fatto che su questo versante nulla è cambiato con l'avvicendamento di gennaio alla Casa Bianca mette in chiaro un aspetto fondamentale: la Cina resta l'obiettivo principale della vasta offensiva di soft-power lanciata dagli Stati Uniti che, oltre al tema Covid, comprende anche le questioni legate a Hong Kong, allo Xinjiang, a Taiwan e agli arcipelaghi contesi nel Mar Cinese Meridionale. Tutti scenari nei quali Biden cercherà, così come avevano già fatto Obama (Clinton) e Trump (Pompeo), di innervosire e provocare Pechino.

In questa fase di profondi mutamenti si sta facendo sempre più serrata la competizione geopolitica tra i due giganti, non solo per la leadership globale in settori determinanti quali intelligenza artificiale, big data, infrastrutture (fisiche e digitali), spazio, difesa e materie prime, ma anche per l'affermazione di un nuovo modello di relazioni internazionali (Beijing Consensus) a scapito di quello che ha dominato la scena mondiale negli ultimi trent'anni (Washington Consensus). E se la situazione dovesse sfuggire di mano, il Covid sarebbe certamente il problema minore.

 

Andrea Fais - Agenzia Stampa Italia

 

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