(ASI) L’articolo 5 della legge 234, varata il 24 dicembre 2012, punta a intensificare la partecipazione dell’Italia alla formazione di norme, o al rafforzamento di regole comunitarie, in sede europea “in materia finanziaria o monetaria” .

Ha come obiettivo il coinvolgimento, di Montecitorio e di Palazzo Madama, nella preparazione di provvedimenti di Bruxelles volti a generare “conseguenze rilevanti sulla finanza pubblica”. E’ possibile leggere, nel testo, che il nostro governo deve tenere conto, nei negoziati con gli altri partner del vecchio continente, “degli atti di indirizzo delle Camere”. Tali aspetti sono tornati alla ribalta, nella discussione sul Mes, lo scorso 9 dicembre in vista del Consiglio europeo iniziato nelle 24 ore successive. Sono state particolarmente significative, quel giorno, le dichiarazioni di Claudio Borghi Aquilini (Lega). Colpisce come la ricostruzione degli eventi effettuata dal noto politico, comprovata da messaggi su WhatsApp che ha sostenuto di avere conservato sul suo cellulare in merito alla nascita e allo sviluppo del nuovo Meccanismo europeo di stabilità, non sia stata contestata da nessuno. Il documento inerente al nuovo fondo è stato mostrato, secondo la sua ricostruzione, in grande segreto a palazzo Chigi il 12 giugno 2019 da Goracci, allora capo di Gabinetto del presidente del Consiglio sostenuto dalla maggioranza giallo - verde, al deputato Gravaglia, al senatore Bagnai (entrambi Lega), alla viceministra dell’Economia Castelli (M5S) e all’assistente del sottosegretario alla presidenza del Consiglio Fraccaro. L’organizzatore di questo vertice, top secret, ha imposto ai partecipanti di non prendere appunti, né scattare fotografie, al fine di mantenere la massima riservatezza. L’allora responsabile del dicastero di via XX settembre, Giovanni Tria – ha aggiunto l’esponente del Carroccio -, aveva dato il via libera a nome dell’Italia, durante la sua partecipazione all’Eurogruppo il 14 giugno 2019, a tale novità, nonostante il preciso mandato, in senso contrario, del nostro organo legislativo. Anche Giuseppe Conte aveva confermato quanto espresso, dal componente del suo esecutivo, in occasione del vertice successivo dei capi di stato e di governo dell’ Ue. Ha violato così i contenuti della risoluzione varata, alla Camera il 19 giugno, su proposta dei parlamentari Molinari (Lega) e D’ Uva (M5S).

Borghi ha ricordato inoltre gli elementi critici presenti nel nuovo trattato del Mes. Ha contestato dunque le clausole di azione collettiva, richiamate dal punto 11 delle premesse del documento, poiché consentono una ristrutturazione più semplice, con i conseguenti rischi per l’intero sistema, dei titoli del debito pubblico. Questi ultimi possono perdere persino il loro valore, tramite la possibilità prevista nel punto 12 B di partecipazione del settore privato in caso di difficoltà economica dello Stato, con conseguenze negative per coloro che hanno scelto di acquistarli. Non lasciano più tranquilli il punto 12 A e l’articolo 1, relativi al giudizio da parte del Meccanismo europeo di stabilità, in merito alla capacità di rimborso dei prestiti concessi ai paesi. Ciò favorirebbe, nel caso in cui il verdetto fosse negativo, fenomeni di tipo speculativo che potrebbero portare a crisi come quella avvenuta in Grecia nel 2011. Altri punti critici sono rappresentati dall’articolo 5 che sottolinea l’approvazione dei provvedimenti, a maggioranza qualificata, costituita dall’80% dei voti espressi. L’Italia ha una quota pari al 18% e la Francia al 20,3%. Il nostro paese, differentemente da quello d’Oltralpe, non ha neanche dunque il potere di veto per poter bloccare le decisioni sconvenienti. Gli articoli 8 e 9 fanno riferimento alle quote di partecipazione al fondo pari, in totale, a 704 miliardi di euro. Quella italiana ammonta complessivamente a 125, di cui 15 sono stati già versati. I 110 ancora non erogati devono esserlo rapidamente, entro una settimana, dalla richiesta formale e ciò potrebbe provocare serie difficoltà alle nazioni già in crisi. L’articolo 14 rievoca i parametri del trattato di Maastricht del 1992: debito/ Pil al 60%, riduzione di un ventesimo all’anno per coloro che hanno superato tale soglia e deficit/ Pil al 3%. Indigna pure l’articolo 18 A che consente di destinare denaro agli istituti di credito in difficoltà. Non è migliore l’articolo 32 che esplicita l’immunità da qualsiasi forma di giurisdizione verso i beni, il direttore e il personale del Mes.

E’ significativo inoltre il commento espresso da Giorgia Meloni. “Il percorso del Mes è diviso in tre tappe”, ha evidenziato la leader di Fratelli d’Italia. “La prima consiste nella modifica del trattato, in seguito all’emergenza Covid, mantenendo il principio di ristrutturazione del debito. La seconda riguarda l’accesso dell’Italia al fondo sanitario e la terza il commissariamento del governo, con la cura greca, ovvero l’introduzione della tassa patrimoniale insieme ai tagli agli stipendi, ai servizi e alle pensioni.

Marco Paganelli – Agenzia Stampa Italia

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