(ASI) Secondo l'Organizzazione Mondiale della Sanità, la Cina ha raggiunto circa un mese fa il picco dell'epidemia dell'ormai famigerato coronavirus (COVID-19), l'agente patogeno responsabile di un'emergenza sempre più prossima ad assumere le dimensioni di una pandemia.

 

L'OMS ha più volte elogiato le misure adottate da Pechino per il contenimento del virus, indicandole come un riferimento per il resto del mondo, dove ora il contagio fa più paura, a cominciare da Corea del Sud, Iran e Italia.

Sulle origini di questo virus regna ancora la massima incertezza. Si ipotizza possa essersi propagato in Cina tra Ottobre e Novembre. Di certo, come confermato dagli esperti del Paese asiatico, il primo paziente colpito è stato un cittadino cinese ma, come recentemente sottolineato, la provenienza potrebbe essere addirittura esterna. Nulla di sicuro neanche sull'animale che ha fatto da veicolo per il salto di specie di un virus che, fino a pochi mesi fa, colpiva i pipistrelli, sebbene molti puntino il dito contro il pangolino, un mammifero bandito dal commercio nel Paese ma purtroppo reperibile attraverso canali clandestini. Dunque, anche le occasionali stravaganze alimentari di alcuni cinesi, specie nel Sud, sempre più invise al Nord e nelle grandi aree urbane, soprattutto dalle nuove generazioni, non possono ancora essere messe sul banco degli imputati.

In assenza di un vaccino, che non arriverà prima di diversi mesi, e di un farmaco specifico, ogni paziente ricoverato richiede una terapia che vada ad aggredire i sintomi favorendo il decorso della malattia, per lo meno nelle persone più gravi. Per fortuna, la casistica stilata dall'OMS sulla base dei dati a disposizione indica che circa il 14% delle persone colpite dalla malattia possono sviluppare una forma di infezione polmonare curabile ed il 5% incorrere invece in complicanze più serie che richiedono l'ausilio della terapia intensiva. L'80% dei pazienti ha sintomi lievi, che consentono di evitare l'ospedalizzazione. Al momento, la contagiosità di questo nuovo coronavirus, misurata dagli esperti tramite un coefficiente detto R0, va da 2 a 3,11 ovvero un paziente infetto può contagiare tra le 2 e le 3 persone, molto meno di un virus come il morbillo (8-11) ma il doppio dell'influenza stagionale (1,3).

Tra i farmaci attualmente in uso sperimentale per la cura del COVID-19 c'è il Remdesivir, un antivirale inizialmente sviluppato da Gilead Sciences, una società di biotecnologia americana, come trattamento per Ebola ma dimostratosi in realtà molto più efficace contro altri virus come MERS e SARS, "cugini" del COVID-19. I risultati clinici definitivi saranno disponibili alla fine del prossimo mese di aprile ma il giudizio al momento positivo dell'OMS per bocca del capo missione in Cina Bruce Aylward, pur con le dovute cautele, è interpretabile come un buon segno.

Mentre le sperimentazioni e gli studi procedono in tutto il mondo, la strada maestra è quella del contenimento per impedire che il virus si propaghi. In questo senso, alla Cina è toccato il compito più gravoso, non solo come primo Paese-focolaio assoluto dell'epidemia da COVID-19, ma anche di una nuova malattia scoperta e codificata in pieno Inverno, nel mezzo della stagione influenzale. Lo scorso 23 gennaio, infatti, l'intera provincia dello Hubei è diventata una gigantesca zona rossa dove circa 70 milioni di abitanti sono stati di fatto isolati dal resto del Paese.

Nel resto della Cina, i contagi non sono mai stati numerosissimi, tanto che in alcune province tutt'ora non superano le 1.000 unità dall'inizio dell'emergenza. Eppure, per fermare la diffusione di questo nuovo virus polmonare, il governo centrale, preso atto delle "evidenti carenze" delle autorità locali dello Hubei, ha messo in campo misure drastiche. Ha isolato in modo impermeabile tutti i collegamenti da e per il focolaio - in quel caso una città di 11 milioni di abitanti - realizzato in appena dieci giorni due nuovi ospedali provvisori da circa 1.000 posti letto ciascuno e destinato verso Wuhan diverse squadre di medici e personale delle forze dell'ordine e delle forze armate.

Secondo gli esperti, questo imponente schieramento di mezzi - chiaramente rapportato alle dimensioni del Paese - ha lasciato aperta quella finestra di tempo cui l'OMS continua a far riferimento, esortando tuttavia gli Stati a sbrigarsi prima che questa possa chiudersi definitivamente, trasmutando le epidemie a livello nazionale in un'autentica pandemia.

In questa fase, pur tra mille cautele, la Cina sta progressivamente ripartendo. La situazione resta ovviamente molto delicata nella provincia-focolaio di Hubei e nel suo capoluogo Wuhan, ma nel resto del Paese fabbriche, laboratori, magazzini e negozi stanno lentamente tornando alla normalità, cercando di mettersi alle spalle un bimestre assolutamente drammatico che inciderà giocoforza sull'economia nazionale e globale.

In Italia, dopo otto giorni dall'inizio dell'emergenza, quando a Codogno, nella bassa provincia di Lodi, il paziente-1 è stato ufficialmente accertato, la situazione è ancora molto difficile. Le misure adottate dal governo sono drastiche, pur nelle ben più limitate proporzioni del nostro Paese rispetto all'esempio cinese, ma necessarie per cercare di fermare un contagio che si è evidentemente concentrato in due focolai acclarati - i dieci comuni del Basso Lodigiano in Lombardia e Vo' Euganeo nel Veneto - per poi estendersi, attraverso una serie di casuali scambi e contatti, ad altre regioni.

Alle 18.00 di ieri si contavano in Italia 822 casi di contagio ufficiali, tra cui 21 vittime e 46 guariti. Di tutti gli altri, circa metà si trovano in isolamento domiciliare sotto il controllo delle USL territoriali mentre il resto sono ospedalizzati. Come più volte ricordato, nonostante la bassa letalità, la facilità di contagio del COVID-19 non consente di abbassare la guardia, perché un elevato numero di ricoveri e di controlli a tappeto su pazienti risultati positivi e sui rispettivi stretti contatti può mandare in tilt il sistema sanitario nazionale.

Prevedere un picco per l'epidemia italiana del COVID-19 è ancora difficile ma i casi di contagio - in particolare in Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna, le tre regioni fin'ora più colpite per numero di ammalati - potrebbero cominciare a calare tra non molto. Nel frattempo, le tre regioni più colpite prorogheranno anche per la prossima settimana la chiusura delle scuole e la cancellazione di eventi o attività che prevedano assembramenti, confidando sul fatto che questo aiuti a contenere e limitare la diffusione del COVID-19. Il nostro personale medico sta dando sfoggio delle sue grandi capacità e della sua elevatissima professionalità ma grande responsabilità spetterà anche ai cittadini, non solo nelle due zone rosse del nostro Paese, che dovranno comportarsi seguendo le linee-guida indicate dal Ministero della Sanità e dall'OMS.

 

Andrea Fais - Agenzia Stampa Italia

 

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