(ASI) L'ultima sfuriata di Donald Trump in ordine di tempo pare sia arrivata ieri. Stavolta, secondo il Financial Times, il bersaglio sarebbe Londra, pronta ad essere redarguita durante la prossima visita del tycoon nel Regno Unito. Anche in questo caso, le indiscrezioni sulla possibilità che una parte della rete 5G britannica sia realizzata da Huawei potrebbero indurre il presidente degli Stati Uniti a minacciare di limitare la condivisione dei dati relativi all'intelligence.

Non si respira certo un clima sereno alla Casa Bianca, che continua a puntare il dito contro il colosso delle telecomunicazioni cinese, ritenendolo una minaccia per la sicurezza nazionale sebbene senza alcun riscontro concreto. Tutto è cominciato nel dicembre scorso, con l'arresto a Vancouver, in Canada, su richiesta di Washington, di Meng Wanzhou, direttrice finanziaria di Huawei, nonché figlia di Ren Zhengfei, l'ingegnere imprenditore che fondò l'azienda nel 1987 a Shenzhen, città divenuta fulcro della "Silicon Valley" cinese.

Tuttavia, il rappresentante al Commercio dell'amministrazione Trump, Robert Lighthizer, aveva più volte lasciato intendere che la guerra commerciale sarebbe stata solamente l'apripista per la guerra tecnologica, ovvero uno scontro per il primato mondiale nell'era informatica. «Non possiamo ritrovarci secondi in ambito tecnologico rispetto alla Cina», aveva detto Lighthizer ai microfoni di Fox Business a giugno dell'anno scorso.

Il picco, finora, è stato toccato lo scorso 18 maggio, quando Trump ha ordinato ai big del digitale a stelle e strisce di interrompere i loro rapporti con Huawei, salvo poi tre giorni dopo scendere a più miti consigli, aprendo alla possibilità di concludere un accordo che comprenda anche lo stesso gigante TLC cinese. Passo indietro evidentemente compiuto a seguito della visita/avvertimento di Xi Jinping alla sede della JL Mag Rare-Earth, azienda cinese leader e grande esportatrice nel settore delle terre rare, minerali preziosissimi per la realizzazione di microchip, fibre ottiche laser, superconduttori ed altri prodotti elettronici.

Le minacce di una nuova stretta sui dazi e contro Huawei potrebbero dunque suonare come l'inizio di un vero e proprio China-bashing, sulla falsa riga del Japan-bashing degli anni Ottanta, quando dazi, accuse di scorrettezze ed un clima culturale nippofobico volutamente veicolato da alcun registi di Hollywood cercarono di mettere in crisi l'ascesa del Sol Levante. Sappiamo che fra gli anni Settanta e Ottanta le automobili e i prodotti elettronici giapponesi ottennero grande successo in tutto il mondo ma anche che, progressivamente ed inesorabilmente, negli anni Novanta il Giappone, a seguito dello scoppio della bolla speculativa formatasi alla fine della decade precedente, entrò in una lunga fase di stagnazione nota come "decennio perduto", che segnò la fine della grande crescita del secondo Novecento.

Difficilissimo, tuttavia, pensare che in questo caso possa avvenire altrettanto: troppo vasto il mercato cinese, troppo diverso il sistema politico e culturale che sorregge il Paese, troppo forte la capacità di influenza che Pechino sta esercitando in tutto il mondo in via di sviluppo (e non solo) per costruire una sua grand strategy globale imperniata, come noto, sull'idea della Nuova Via della Seta.

Ovviamente, il parziale dietrofront di Trump non è definitivo ma resta emblematico. Se il trend positivo degli ultimi sei mesi in termini di trade substitution, cioè di sostituzione del mercato cinese con altri mercati esteri sia in entrata che in uscita, fa pensare che gli Stati Uniti possano assorbire in tempi relativamente brevi i colpi dell'inflazione e delle perdite nell'export di beni verso la Cina, in realtà l'eventuale successo dell'aggressiva politica commerciale americana è tutto da verificare nel lungo termine. Senza contare che un rincaro significativo di vari prodotti di largo consumo sul mercato interno accrescerebbe in pochi mesi un malcontento sociale con cui Trump dovrebbe fare i conti molto presto, considerando che fra meno di un anno andranno in scena le primarie, dove lo attende già il primo sfidante repubblicano sceso in campo, l'ex governatore del Massachusetts Bill Weld.

Insomma, in questo suo terzo anno di mandato, Trump si trova contemporaneamente ai ferri corti sia con Mosca che con Pechino, dimenticando la lezione di Henry Kissinger, artefice dell'apertura alla Cina nel 1971-'72, che, meno di un anno fa, ha ricordato la delicatezza delle relazioni diplomatiche fra i due Paesi, nel corso di un'intervista con lo storico diplomatico americano Stapleton Roy, alla festa per i 50 anni del Wilson Center. «Siamo in una condizione in cui la pace e la prosperità nel mondo dipendono da come la Cina e gli Stati Uniti riusciranno a trovare un modo per lavorare insieme, non sempre nel senso di trovare un accordo ma almeno per gestire i nostri punti di disaccordo. Ed anche per sviluppare obiettivi che ci avvicinino e rendano il mondo in grado di trovare una stabilità. Questo è il problema-chiave del nostro tempo».

In quell'occasione, lo stratega di Richard Nixon aveva ricordato anche come, nel pieno della Guerra Fredda e sullo sfondo del conflitto in Vietnam, Washington avesse bisogno di aprirsi alla Cina, con cui praticamente non esistevano relazioni diplomatiche dal 1949, per contenere l'Unione Sovietica, cavalcando la spaccatura maturata fra le due potenze comuniste pochi anni prima.

Oggi, chiaramente, il mondo è completamente cambiato e, sebbene permangano interessi geopolitici fondati sul controllo di alcune regioni cruciali del nostro pianeta, da anni Mosca e Pechino hanno fortemente consolidato il proprio partenariato strategico, raggiungendo un volume di interscambio commerciale pari ad oltre 100 miliardi di dollari solo lo scorso anno. Il 5 giugno prossimo, Xi Jinping sarà atteso a San Pietroburgo dal presidente russo Vladimir Putin per l'annuale Forum Economico Internazionale ospitato dall'antica capitale zarista. Si tratterà della sua prima visita ufficiale in Russia da quando è stato riconfermato alla guida della Repubblica Popolare nell'ottobre 2017.

Proprio ieri, il viceministro degli Esteri Zhang Hanhui, citato da Xinhua, ha parlato di un incontro pronto a riscuotere «grande successo», che condurrà le relazioni bilaterali sino-russe «verso una nuova era». «Al momento - ha proseguito Zhang - la situazione internazionale sta evidenziando cambiamenti senza precedenti nell'arco di un secolo, mentre le norme fondamentali che governano le relazioni internazionali sono state seriamente compromesse da un crescente unilateralismo». Scontato il riferimento alle pratiche commerciali americane, fra sanzioni, dazi e comportamenti aggressivi, cominciati già qualche anno prima che Donald Trump arrivasse alla Casa Bianca.

I progetti strategici condivisi dai due Paesi nei settori dell'energia, dell'aerospazio e dell'interconnettività sono stati promossi in modo solido, secondo Zhang, così come si è rapidamente sviluppato un nuovo quadro di cooperazione in ambiti emergenti quali agricoltura, finanza, scienza e tecnologia, ed e-commerce. «La Cina e la Russia hanno portato avanti un lavoro congiunto stretto ed efficace in materia di politica internazionale - ha proseguito il viceministro in conferenza stampa - supportando fermamente un sistema centrato sul ruolo delle Nazioni Unite ed un ordine globale fondato sul diritto internazionale, salvaguardando la pace mondiale, la stabilità, l'equità e la giustizia».

Illudersi di poter convincere ancora per molto il riconfermato primo ministro indiano Narendra Modi a boicottare l'inziativa cinese Belt and Road potrebbe costare molto caro a Washington.

 

Andrea Fais - Agenzia Stampa Italia

 

 

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