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(ASI) Il prossimo anno scadrà il mandato presidenziale di Barak Obama un presidente che, vuoi per la grave crisi economica vuoi per propri evidenti limiti sia politici sia personali, ha messo duramente a rischio la tenuta dell’impero statunitense.

 

Davanti ad una disoccupazione che cresce a ritmi “italiani”, il rischio default dietro l’angolo e continua partecipazione a guerre umanitarie il presunto uomo nuovo della sinistra mondiale sembra destinato a lasciare la residenza più ambita di tutti gli Usa, anche se la pochezza dei rivali in campo repubblicano potrebbe alla fine permettere un secondo mandato al Nobel per la pace.

In quanto maggioranza uscente i democratici non possono certo attaccare l’operato di Obama ma si vedono costretti a fare buon viso a cattivo gioco offrendo però il fianco agli attacchi dei rivali che come già accaduto ai tempi di Nixon e Regan rischiano di trionfare più per la pochezza degli avversari che per i propri meriti, anche se la destra a stelle e strisce non può minimamente permettersi di sbagliare candidato.

A scompaginare i quadri dei repubblicani gli ultra radicali esponenti del Tea party animati da Sarah Palin. Molto alla fine dipenderà da ciò che maggiormente incide sulle elezioni made in Usa ovvero la raccolta dei fondi, per questa occasione partita con largo anticipo da ambo le parti. Ogni potenziale sfidante si sta dando da fare con primarie ufficiose già iniziate.

Obiettivo di tutti i repubblicani portare Obama allo scontro frontale approfittando di questa seconda metà di mandato da anatra zoppa in cui la Camera dei rappresentanti è in mano alla destra, anche se a lungo andare i repubblicani potrebbero pagare a caro prezzo il loro atteggiamento. In America i votanti sono sempre stati pochi ed i comuni cittadini vorrebbero che la politica risolvesse i problemi e non fosse solamente una lotta per accaparrarsi la poltrona migliore.

I democratici e Obama avrebbero voluto sfruttare l’onda lunga della, finta, riforma sanitaria ma il testo è attualmente al vaglio di tre diverse corti di altrettanti stati americani chiamati a stabilirne la costituzionalità e non hanno molti altri appigli, il si può fare di tre anni fa è orami solo un pallido ricordo e l’unica cosa che ora sembra in grado di fare il successore di Bush è mandare in bancarotta il paese e decretare la fine dell’impero a stelle e strisce; gli elettori democratici più attenti inoltre non paiono intenzionati a perdonare all’ex uomo dei miracoli, promessi e basta, di aver rinnovato a maggio scorso il contestato Patriot act che rafforza i poteri di controllo dello stato su corrispondenza elettronica e vita privata dei cittadini americani a fini di lotta al terrorismo, facendo propria una politica del suo predecessore.

Anche l’altra promessa elettorale data in pasto all’opinione pubblica, la chiusura del carcere di Guantanamo deve sono stati commessi veri e propri crimini contro l’umanità, è rimasta lettera morta.

Se Obama e i democratici piangono i repubblicani però non è che siano messi molto meglio.

Attualmente la base del partito sembra seguire passo passo i movimenti del Tea party, l’ala più estrema del movimento; questo potrebbe avvantaggiare gli uomini di Sarah Palin nelle primarie ma nell’eventuale testa a testa con Obama potrebbero far perdere i voti di quella maggioranza silenziosa assestata su posizioni molto più moderate.

Tra gli otto candidati alle primarie repubblicane, anche se il numero potrebbe salire ancora, Michele Bachmann, deputata del Minnesota, è quella più in sintonia con il Tea Party, e attira per questo i consensi del movimento e le critiche di buona parte del campo repubblicano, anche se il resto del partito sembra più vicino a Mitt Romney, ex governatore del Massachusetts, quello che peraltro sembra essere più in grado degli altri di raccogliere sostenitori importanti e fondi cospicui in campo repubblicano, anche per la sua credibilità agli occhi di elettori indipendenti.

A più di un anno dalle presidenziali non sappiamo come andrà a finire. Per esperienza sappiamo che i democratici prometteranno nuovamente di non iniziare nuove guerre e di portare a termine quelle già in corso e rilancio dello Stato sociale; i repubblicani da parte loro auspicheranno nuove guerre e tagli allo stato sociale.

Alla fine però chiunque siederà alla Casa Bianca ci saranno più soldati americani in giro per il mondo e tagli allo stato sociale visto che alla fine a dettare l’agenda politica in America non sono i partiti o i singoli politici ma quei gruppi di pressione che fanno sembrano a molti la lobbycrazia a stelle e strisce un sogno ma che per il resto del mondo è un vero e proprio incubo.

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