(ASI) Lo scorso 18 dicembre, la Cina ha celebrato il quarantesimo anniversario dell'introduzione delle politiche di riforma e apertura. Fu il compianto leader Deng Xiaoping, nel dicembre 1978, a dichiarare definitivamente chiusa la drammatica fase prolungata della Rivoluzione culturale (1966-1976), che tanti scontri e lacerazioni aveva provocato all'interno del Paese, sconvolgendone la stabilità politica e compromettendone la crescita economica.

Da lì in avanti, il Paese asiatico avrebbe cominciato a sperimentare progressivi piani di liberalizzazione in alcuni comparti agricoli e manifatturieri, oltre a normalizzare le relazioni diplomatiche con le principali potenze della regione, pur mantenendo un'opinione critica nei confronti dell'egemonismo praticato dalle due superpotenze della Guerra Fredda.

Come ha ricordato Xi Jinping nel suo discorso ai presenti, quelle riforme hanno reso possibile una «enorme trasformazione» ed un «miracolo senza precedenti» per il Paese. A partire da quel momento, definito nei termini di una «grande rivoluzione nella storia del popolo cinese» e di una «pietra miliare nell'ambito del rinnovamento nazionale», la Cina si è mossa «verso il centro del palcoscenico mondiale», diventando «un riconosciuto costruttore di pace mondiale ed un contributore dello sviluppo globale». Sul piano interno, l'accelerato sviluppo economico, pur non immune da contraccolpi ed ostacoli, ha strappato all'indigenza 740 milioni di persone, riducendo il tasso di povertà del 94,4%, come ha precisato Xi. «La nazione ha costruito il più grande sistema di welfare al mondo - ha osservato il leader cinese - con un modello pensionistico che copre oltre 900 milioni di persone ed un modello assicurativo sanitario che garantisce la copertura ad 1,3 miliardi di persone».

L'ingresso nell'economia di mercato del più grande e popoloso Paese a guida comunista del mondo lascia tuttora sorpreso e spiazzato l'osservatore occidentale che, in molti casi, sembra ancora fare enorme fatica a comprendere le dinamiche del sistema politico cinese e del suo sentiero-guida, cioè quel «socialismo con caratteristiche cinesi» più volte citato dalla classe dirigente per indicare un percorso unico ed irriducibile a qualsiasi altra esperienza storica, sostenuto da una linea di continuità fra passato e presente non così sottile come solitamente si pensa. La politica di apertura, secondo la visione di Xi, è infatti l'ultimo - in ordine di tempo - dei tre grandi eventi determinanti per le sorti del Paese successivi al Movimento del 4 Maggio (1919), insieme alla fondazione del Partito Comunista Cinese (1921) e alla nascita della Repubblica Popolare Cinese (1949).

Oltre a sancirne l'inesportabilità - rompendo di fatto con il vecchio internazionalismo rivoluzionario che supportava la lotta delle "campagne" del terzo mondo in contrapposizione alle "città" del mondo avanzato - l'unicità del modello di sviluppo politico-economico della Cina si caratterizza per il forte tentativo di recuperare, pur all'interno di una dialettica marxista, la consapevolezza del pensiero tradizionale cinese e delle sue scuole principali: il Confucianesimo, vero e proprio fondamento della cultura tradizionale, il Taoismo, il Legalismo ed il Moismo, cui va senz'altro aggiunto il Buddhismo, penetrato in Cina qualche secolo più tardi e giunto al suo apice durante la Dinastia Tang, fra il VII ed il X secolo d.C.

Neutralizzata la furia iconoclasta della Rivoluzione culturale e dei suoi artefici, nel corso degli anni è stato così possibile introdurre nel frasario politico cinese concetti come ad esempio xiǎokāng, incluso originariamente nello Shījīng, il Libro delle Odi confuciano, per indicare l'obiettivo del raggiungimento di una «società moderatamente prospera», costituita da una folta classe media, o héxié shèhuì, la «società armoniosa» indicata dallo stesso Confucio.

Insomma, la Cina odierna tiene a ricordare di essere erede indiscussa della forma di civiltà vivente più antica al mondo, caratterizzata da una profondità di visione e conoscenza cui, effettivamente, soltanto l'Antica Grecia può essere legittimamente messa a confronto per mole e contributo storico. Così, quando il presidente Xi Jinping afferma che «nessuno è nelle condizioni di imporre al popolo cinese cosa dovrebbe o non dovrebbe fare», il riferimento non è blandamente alla momentanea guerra commerciale lanciata da Donald Trump negli ultimi mesi, ma a qualcosa di ben più ampio ed esteso, richiamando la volontà della Cina di superare definitivamente quel secolo di umiliazioni (1839-1949) che, complice il declino della Dinastia Qing, l'aveva costretta alla subalternità - quando non addirittura alla sottomissione - nei confronti delle principali potenze occidentali e del Giappone.

Il messaggio, scandito chiaramente al resto del mondo, è che la Cina «non rinuncerà mai ai suoi diritti e interessi legittimi», a partire dalle questioni territoriali relative a Taiwan e alle acque contese: «Neppure un pollice di territorio può essere separato dalla madrepatria», ha dichiarato Xi Jinping. Tuttavia, nelle parole del presidente cinese non traspare alcun senso di rivalsa. I quarant'anni di riforme e di progressiva ma paziente normalizzazione delle relazioni diplomatiche hanno accresciuto la consapevolezza della leadership di dover venire incontro agli elevati requisiti di responsabilità internazionale che lo status e la posizione globale della Cina odierna richiedono su dossier salienti come quelli relativi al commercio mondiale, agli archi di crisi internazionali, alla ristrutturazione della governance finanziaria globale, all'ambiente, alla sostenibilità ed altri ancora. «Non cercheremo mai l'egemonia» e «non perseguiremo mai il nostro sviluppo a scapito di altri Paesi», ha voluto ribadire Xi, rispondendo indirettamente ad un'accusa che già Barack Obama, prima di Donald Trump, aveva lanciato al governo cinese.

Sul prossimo futuro, Xi è stato abbastanza preciso ma senza rigidità: «Non c'è un testo di regole d'oro da seguire per le riforme e lo sviluppo della Cina, un Paese forte di oltre 5000 anni di civiltà e più di 1,3 miliardi di abitanti». «Riformeremo con risolutezza ciò che può e deve essere riformato - ha proseguito - ma non apporteremo cambiamenti laddove non ci può e non ci deve essere alcuna riforma». Insomma, come ha ricordato Tom McGregor su Channel NewsAsia, la caduta dell'Unione Sovietica, da anni percepita, non solo dalla leadership ma anche da molti opinionisti cinesi, come un ammonimento ad evitare frenesie o leggerezze nel perseguimento delle riforme a tutti i livelli, invita tutti alla pazienza e alla lungimiranza, elementi caratteristici di un altro antico racconto della tradizione cinese, quello di Yu Kung, il vecchietto che voleva spianare le montagne con la sua zappa.

«La Cina - ha ricordato Xi Jinping - proseguirà nel percorso del socialismo con caratteristiche cinesi», recentemente aggiornato proprio dal presidente in carica con il suo contributo per la "Nuova Era", una linea-guida chiamata ad indirizzare «il futuro sviluppo della Cina, portando ad un nuovo miracolo economico che impressionerà il mondo». Comunque la si pensi e da qualunque latitudine, è ormai impossibile ignorare ciò che avviene nel grande Paese di mezzo. È forse questo il più grande successo di un quarantennio di riforme.

 

Andrea Fais - Agenzia Stampa Italia

 

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