(<ASI) Aumenta la tensione tra la Casa Bianca e il Cremlino. Secondo il giornale del ministero della Difesa di Mosca, “Krasnaja” (“Stella Rossa”), Washington avrebbe contribuito a distruggere il ponte costruito dai soldati russi, in Siria presso la località di Deir ez Zor sull’ Eufrate, per “impedire il rafforzamento delle autorità del governo legittimo” di Damasco.

L’organo del dicastero ha specificato che la struttura era lunga 212 metri, aveva una capacità di 60 tonnellate e garantiva il passaggio di persone e veicoli. La causa del cedimento potrebbe essere attribuita all’improvviso aumento del livello del fiume e della velocità della corrente delle sue acque, poiché sarebbero state aperte volutamente alcune dighe della centrale elettrica di Et Tabka, situata nel territorio gestito dagli oppositori al governo siriano sostenuti dagli americani. La gravità dell’accaduto è stata ribadita, nelle ultime ore, anche dal presidente della commissione Difesa della duma (camera bassa del parlamento russo), Vladimir Shamanov, che ha invitato l’Onu ad attuare i meccanismi che consentano la cessazione di tali provocazioni e l’avvio di un serio processo di pace nel paese.

Il consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite è tornato intanto a riunirsi d’urgenza a porte chiuse dopo l’uccisione da parte degli americani di 100 miliziani, del rais Bashar al – Assad, mentre cercavano di conquistare un pozzo petrolifero sempre nella medesima zona in cui sorgeva l’infrastruttura crollata lo scorso 7 febbraio. Il vertice, svolto al palazzo di vetro di New York, si è concluso con un nulla di fatto a causa delle solite e gravi divergenze tra gli Stati Uniti e la Russia (quest’ultima continua a sostenere, insieme all’Iran, i militari di Damasco). L’amministrazione Trump ha fatto sapere di non volere entrare in guerra contro l’esercito del paese mediorientale (e di conseguenza di non desiderare ostilità dirette nei confronti di quello di Vladimir Putin) avvertendo, poco prima, Mosca sull’imminenza del blitz. Quest’ultima ha appoggiato però la decisione di Damasco di definire l’ iniziativa “un crimine contro l’umanità”. L’ordine di attacco del tycoon è giunto a pochi giorni di distanza dalle nuove accuse del dipartimento di Stato Usa circa l’utilizzo di mezzi bellici, proibiti dalle convenzioni internazionali, da parte, a suo dire, dell’esercito siriano contro i civili residenti nelle aree controllate dai ribelli. Il regime ha respinto tale versione dei fatti, bollandola come pretestuosa e falsa. Il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, ha espresso una dura condanna verso gli atti in questione e ha avviato delle indagini volte a stabilire chi li ha compiuti.

L’attenzione su quanto sta capitando in quei territori cresce anche nel mondo: “Apprendiamo con preoccupazione le testimonianze di organizzazioni importanti come Amnesty International circa i ripetuti attacchi chimici, che condanniamo con fermezza, nelle zone controllate dai ribelli al rais di Damasco. Incoraggiamo le Nazioni Unite ad attuare le misure necessarie affinchè non si ripetano questi episodi e a proseguire le indagini, avviate nelle ultime ore, per portare i responsabili davanti alla giustizia”. Lo ha dichiarato in una nota l’esponente dell’assemblea parlamentare della Nato, Scilipoti Isgrò.

“L’Alleanza Atlantica – ha aggiunto il senatore di Forza Italia - ha espresso la propria disapprovazione nei confronti di tali atti” che sono “vietati dalle convenzioni internazionali.

Eventuali ulteriori iniziative belliche – ha concluso l’esponente azzurro - potrebbero causare però altre difficoltà ai civili e indebolire le già fragilissime relazioni tra le grandi potenze, mondiali e regionali, che si stanno già scontrando militarmente, per procura, in quei territori. E’ fondamentale dunque evitare una possibile escalation”.

Marco Paganelli – Agenzia Stampa Italia

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