(ASI) Stati Uniti- «Vi ho fatto il regalo di Natale, l’America è di nuovo aperta al business e presto leggeremo ovunque quelle fantastiche parole: made in the Usa». Così Donald Trump ha annunciato i primi risultati del taglio delle tasse, l’ambiziosa riforma economica firmata qualche giorno prima delle Festività. Lo ha fatto durante la sua visita in Ohio, di fronte agli operai della Sheffer Corporation, a Cincinnati. «Il prossimo Natale vi ritroverete 2mila dollari in più», ha rassicurato, «perché mai le tasse sono state così basse nel nostro Paese. Già dalla fine del 2016 abbiamo creato 2,6 milioni di posti di lavoro, solo 200mila nella manifattura».
Lo ha ribadito anche in un tweet, come è solito fare, ma il presidente Usa di fronte ai dipendenti della Sheffer non si è lasciato sfuggire i riferimenti politici: «Pensate a Fiat-Chrysler. Quasi 3mila posti di impiego stanno tornando nella sede di Detroit e immaginate da dove stanno rientrando?», ha chiesto. «Dal Messico! Sarà un caso? È così che facciamo tornare grande l’America».

La propaganda del presidente è sostenuta anche dai numeri di Unctad, un’agenzia delle Nazioni Unite che ha previsto nel 2018 il rientro negli Stati Uniti di 2mila miliardi di capitali e investimenti, grazie al taglio delle tasse. L’ultima riforma, nel 2005, ne aveva fatti rientrare 300 su circa 500. Molti di questi utili si sposteranno dall’Europa agli Usa, tant’è che le prime reazioni negative al report arrivano dalla Banca Centrale Europea. «L’aliquota del 15,5% per i capitali che saranno rimpatriati nel nuovo continente, rispetto a quella ordinaria del 21%», temono a Francoforte, «allontanerà gli investimenti soprattutto dall’Europa, provocando danni economici enormi». Dello stesso parere anche l’istituto tedesco di ricerca Zew, che si dedica alle prospettive dell’Eurozona.

Se nel campo economico la Casa Bianca può ridere, ben altro umore sono caratterizza l’ambito giudiziario e politico. Proseguono le indagini del procuratore Robert Müller sul Russiagate e lo staff di Trump teme che al presidente possa essere chiesto a breve di risponderne in tribunale. «Questo avverrebbe solo nel caso in cui Müller fosse in possesso di prove schiaccianti di relazioni e scambi di informazioni con la Russia, nel corso della campagna elettorale», dicono gli avvocati di Trump. Ma gli stessi John Dowd e Jay Sekulov, che difendono il numero uno della Casa Bianca da mesi, sono i primi a temere l’interrogatorio.
«Hanno paura che Trump possa mentire quando è sotto giuramento», riporta il New York Times. All’indiscrezione del quotidiano si aggiungono le parole dell’ex speaker della Camera Newt Gingrich, che descrive un potenziale interrogatorio come una «trappola», come se sei brillanti avvocati fossero più che sufficienti per incastrare il presidente. Elementi che portano a dire che Trump nasconda qualcosa.
Il diretto interessato non sembra però avere paura ed è pronto a sfidare il procuratore sulle dimissioni dell’ex direttore dell’Fbi James Comey e su quelle dell’ex consigliere sulla sicurezza nazionale Michael Flynn, uno dei primi indiziati per il Russiagate. Per ora lo fa a colpi di tweet, rinvigorito dai miglioramenti economici del Paese. Unico neo, la volatilità di Wall Street, dove si teme un nuovo rialzo dei tassi da parte della Federal Reserve. Almeno di questo, Trump non può essere responsabile.      

Lorenzo Nicolao – Agenzia Stampa Italia

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