(ASI) Un anno fa, il discorso di Xi Jinping dal palco del vertice del Forum Economico Mondiale era rimbalzato in tutto il mondo. A poche settimane dall'elezione di Donald Trump alla Casa Bianca, le parole del presidente cinese a sostegno dell'estensione e della facilitazione del commercio e degli investimenti internazionali suonarono come un potentissimo segnale della trasformazione in atto nel mondo. Molti osservatori occidentali notarono allora con stupore l'inedito e sorprendente confronto/scontro a distanza tra il leader di una potenza emergente, a guida comunista, fattosi apparentemente garante dei pilastri storici del liberismo economico, ed il presidente degli Stati Uniti, Paese-simbolo del liberalismo e del modello di sviluppo occidentale, pronto ad invocare l'introduzione di nuove e più incisive misure protezionistiche per il rilancio della manifattura locale.

 

In realtà, a parte l'enfasi della narrazione generalista, Xi Jinping non aveva fatto altro che ribadire con maggior forza quanto già da anni chiedevano i BRICS nel loro insieme ai Paesi più avanzati: meno protezionismo. Dall'altra parte, nemmeno Donald Trump sosteneva qualcosa di nuovo. Le parole di fuoco spese dal tycoon in campagna elettorale contro la Cina e, più in generale, contro tutti quegli accordi commerciali coi Paesi asiatici ritenuti svantaggiosi per gli interessi statunitensi, richiamavano alla mente degli storici il Japan-Bashing, cioè il grande boicottaggio, prima delle auto, poi dei prodotti elettronici giapponesi, evocato e in parte realizzato da Washington tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta.
Proprio mentre andava in scena il vertice di Davos, il presidente degli Stati Uniti ha varato nuove misure protezionistiche su lavatrici e pannelli solari provenienti da Cina e Corea del Sud, colpendo per altro anche marchi importanti ed universalmente riconosciuti per la loro affidabilità e disconoscendo, almeno in parte, quanto affermato a Pechino lo scorso novembre. Nella sua visita ufficiale in Cina, infatti, Trump aveva esternato un inaspettato atteggiamento di apertura nei confronti del Paese asiatico, sottolineando di non volerlo accusare per il deficit commerciale accumulato dagli Stati Uniti. «Chi, d'altronde, potrebbe accusare un Paese di aver saputo approfittare di un altro Paese per il bene dei propri cittadini?», aveva detto in quell'occasione un accomodante Trump, che puntava invece il dito contro Barack Obama e la sua amministrazione.
«Devo riconoscere grande merito alla Cina», aveva aggiunto l'inquilino della Casa Bianca, consapevole dell'importanza non solo degli investimenti cinesi in diverse aree industriali degli Stati Uniti, oggi in ripresa dopo la crisi del 2008, ma anche del voluminoso export di beni e servizi americani che ogni anno attraversa il Pacifico in direzione Cina. Eppure, a quanto pare, ci sono ancora molte distanze da colmare, oltre ad una situazione interna profondamente critica negli Stati Uniti, dove lo scontro al vertice tra diversi gruppi di influenza mette costantemente a rischio la stabilità della presidenza Trump.
Durante appuntamenti importanti come il Forum Belt and Road per la Cooperazione Internazionale, il G20 di Amburgo ed il vertice APEC di Da Nang, «il presidente Xi Jinping ha continuato a portare avanti molti dei punti delineati a Davos lo scorso anno», ha ricordato Klaus Schwab, fondatore e padrone di casa del Forum Economico Mondiale. Quest'anno, tuttavia, né Xi né il primo ministro Li Keqiang hanno parlato dal palco della cittadina svizzera in rappresentanza del loro Paese. Il compito è toccato invece a Liu He, membro e - per l'occasione - portavoce dell'Ufficio Politico del Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese, che ha ricordato i risultati conseguiti dalla Cina nel corso dell'anno appena conclusosi, sottolineando in particolare il ruolo giocato dall'iniziativa Belt and Road nelle nuove dinamiche di una globalizzazione a carattere sempre più multipolare. Ha poi ricordato l'importanza ed il significato del Pensiero di Xi Jinping sul Socialismo con Caratteristiche Cinesi per una Nuova Era, inserito all'interno dello Statuto del Partito durante i lavori del 19° Congresso del Partito, andato in archivio alla fine dello scorso mese di ottobre.
Questo evento, secondo Liu, ha compilato un'agenda «piena di opportunità anche per gli altri Paesi del mondo», che ha individuato tre battaglie cruciali per comprendere la missione della Cina nell'attuale fase di transizione da una crescita accelerata ad un modello di sviluppo di alta qualità, in cui il governo ha formulato le sue riforme strutturali macroeconomiche e le sue politiche sociali per un miglioramento complessivo della capacità manifatturiera (grazie in particolare al programma Made in China 2025), del clima per gli investimenti (meno tasse e meno burocrazia), dell'imprenditorialità (più incentivi per le start-up e per l'upgrade di piccole e medie imprese), dei consumi (maggior reddito disponibile e migliore offerta) e delle condizioni di vita della popolazione (estensione della rete del welfare), attraverso l'approfondimento della riforma strutturale dell'offerta, vera e propria chiave di volta per venire incontro alla nuova contraddizione principale che la Cina si trova a dover affrontare.
Queste tre battaglie intendono:
- Prevenire e neutralizzare i principali fattori di rischio;
- Perseguire la riduzione della povertà;
- Controllare l'inquinamento.
La prima riguarda principalmente il sistema finanziario internazionale, che deve essere stabilizzato, monitorato e diventare «più duttile e più capace di mettersi al servizio dell'economia reale». Secondo Liu, la Cina è nelle condizioni per poter inseguire questi obiettivi, grazie ad un sistema finanziario in salute. La seconda battaglia vede la Cina determinata allo scopo di eliminare la povertà assoluta entro i prossimi tre anni. Nello stesso periodo, la terza battaglia vedrà il Paese asiatico ridurre ulteriormente, ed in modo significativo, le emissioni nocive ed il consumo di risorse.
Le opportunità che questa grande fase di passaggio offre, direttamente o indirettamente, al resto del mondo sono molteplici. Liu, infatti, rivolgendosi alla platea di Davos, ha precisato che, dopo decenni di sviluppo, in Cina è emersa una popolazione a medio reddito pari a circa 400 milioni di persone - la più grande al mondo - che sta contribuendo in modo decisivo allo sviluppo globale, espandendo sia la domanda interna che il settore dei servizi. «È fantastico!», ha dichiarato raggiante Rupert Adams, partner di Alignvest UK LLP, che - citato da Xinhua - ha definito il discordo di Liu He nei termini «di un messaggio dalla Cina riguardo la sua continua politica di riforma e apertura, ed anche di una reale dimostrazione pratica del forte sostegno alla globalizzazione economica».
 
 
Andrea Fais - Agenzia Stampa Italia

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