(ASI) Il Cremlino non commenta le idiscrezioni in merito alla possibilità di costruire una base militare in Sudan anticipata nei giorni scorsi dal residente sudanese Omar al Bashir. Questa la posizione assunta dal portavoce del Cremlino, Dmitrij Peskov.                                          

Bashir aveva riferito all’agenzia di stampa russa “Sputnik” di aver discusso della creazione di una base militare sulla costa del Mar Rosso con il presidente russo Vladimir Putin e con il ministro della Difesa russo Sergei Shoigu, nel corso della visita di Bashir a Sochi della scorsa settimana. In quel frangente il leader sudanese aveva definito “un problema” l'interferenza degli Stati Uniti nella regione del Mar Rosso. “Riteniamo che l'interferenza degli Stati Uniti costituisca un problema e vogliamo discutere di questo problema in termini di utilizzo delle basi nel Mar Rosso", aveva detto Bashir citato dall’agenzia di stampa “Sputnik”. Nel corso della missione le delegazioni governative di Russia e Sudan hanno firmato una serie di accordi di cooperazione nei settori dell'energia nucleare, dei minerali, dell'istruzione e dell'agricoltura.
Se gli Usa hanno aperto nel mondo centinaia di basi militari la Russia attualmente fuori dei propri confini ne gestisce solo 2 attive peraltro di modesta entità, anche se di notevole importanza: Tartus in Siria, uno dei motivi per cui Putin ha sempre evitato azioni militari Nato e statunitensi nel paese, e quella di Sebastopoli, in Crimea, sul Mar Nero.

Nell’ottica della rinascita russa il Cremlino sta ora valutando la possibilità di riaprire, o quanto meno utilizzare congiuntamente con i governi locali, gli ex presidi navali di Cam Ranhin Vietnam, Lourdes nell’isola di Cuba, chiuso nel 2001 dallo stesso Putin, e perfino una alle Seychelles, che nell’Oceano indiano rappresentano un vero e proprio avamposto russo visto che da anni è sotto l’influenza di Mosca; nel 1981 la Marina sovietica ha aiutato il governo ad evitare  un colpo militare e prima del crollo dell’Urss i russi vantavano una costante presenza nell’area.

All’inizio del suo primo mandato presidenziale Putin aveva disposto la dismissione delle basi ancora attive, sia per motivi economici sia per mostrare al suo omologo a stelle e strisce, all’epoca Bush jr., la volontà di chiudere una volta per tutte l’epoca della Guerra fredda. Washington però ha approfittato di quel momento di debolezza per aumentare le proprie servitù militari, soprattutto sulla frontiera orientale. In quest’ottica il vertice Nato svoltosi in Galles nel settembre 2014 ha ribadito la volontà di blindare ancora di più la frontiera con la Russia, con cinque nuove basi in Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, e Romania anche se, almeno stando a quanto dichiarato da Obama, queste nuove installazioni non saranno permanenti, pur avendo a disposizioni mezzi di aviazione, navali, depositi ed arsenali aggiornati con tutte le ultime novità in materia.

Nuove basi russe potrebbero sorgere in Sud America, ad esempio in Venezuela ed in Nicaragua, oltre che nella regione asiatica in paesi come l’Ossezia del sud, l’Abkazia, il Kirghizistan, dove già si trovano militari russi, ed il Tagikistan, altra nazione dove la presenza di militari dell’ex armata rossa è particolarmente numerosa. Alla fine del 2014 inoltre c’è stato il dispiegamento di un nuovo reggimento dell’aviazione in Bielorussia.

Serghei Shoigu, ha parlato di questo piano annunciando negoziati in corso con questi Paesi sembra aver notevolmente amplificato le reali possibilità di Mosca in tal senso, specie per quanto riguarda nuovi installazioni nell’Oceano indiano.

Fabrizio Di Ernesto - Agenzia Stampa Italia

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