(ASI) Mercoledì scorso, Pechino ha ospitato una conferenza dedicata all'Alleanza Industriale e Commerciale Belt and Road (BRICA), cioè al centro di coordinamento, fondato nel giugno scorso, tra le realtà imprenditoriali dei Paesi e dei territori coinvolti dall'iniziativa cinese Belt and Road, o One Belt, One Road (OBOR), finalizzata alla ricostruzione in chiave moderna della Via della Seta.  

Attualmente, la BRICA include 23 associazioni imprenditoriali di 22 tra Paesi e regioni, in rappresentanza di 2,3 milioni di imprese. Per l'occasione erano presenti 300 tra uomini d'affari, esperti e studenti di diverse nazionalità, che hanno potuto confrontarsi sui principali temi connessi all'implementazione e all'avanzamento del piano OBOR.

Entrata sempre più pressantemente nel gergo giornalistico mondiale durante gli ultimi tre anni, l'iniziativa OBOR si sviluppa su una serie di progetti in campo infrastrutturale, viario e logistico che dovranno dare vita ad un nuovo reticolato di comunicazione ad alta velocità e ad alta efficienza sia nei collegamenti intercontinentali terrestri (Silk Road Economic Belt) che in quelli oceanici (21st Century Maritime Silk Road). Stando al parere di alcuni analisti, l'iniziativa Belt and Road può essere considerata uno dei più grandi piani internazionali di investimento e sviluppo dai tempi del Piano Marshall, lanciato dagli Stati Uniti nel 1947 per sostenere le economie dell'Europa Occidentale dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale.

 

 

Lanciata lo scorso 16 giugno, la BRICA è un'organizzazione internazionale non-governativa che cerca di facilitare il dialogo tra l'Asia e l'Europa a partire dalle comunità imprenditoriali locali, potenzialmente interessate ad inserirsi nei progetti all'interno dei rispettivi Paesi di provenienza. Secondo il copresidente Li Yizhong, «la creazione di un'alleanza promuoverà gli investimenti industriali e la cooperazione economico-commerciale tra i Paesi stanziati lungo la Cintura Economica della Via della Seta e la Via della Seta Marittima del XXI Secolo». Il piano OBOR «aumenterà la prosperità e lo sviluppo pacifico nel mondo», aveva sottolineato lo stesso Li all'atto della fondazione della BRICA, un'associazione che secondo Irmuun Demberel, vicepresidente della Confederazione Mongola per la Cooperazione Economica, «ha lo straordinario potenziale di mobilitare risorse finanziarie e di indirizzarle verso progetti di mutuo vantaggio in tutto il mondo».

I dati recentemente diffusi dal Ministero per il Commercio della Repubblica Popolare Cinese dicono che nel periodo compreso tra gennaio e novembre 2016 gli investimenti diretti esteri (IDE) cinesi in 53 Paesi dell'area OBOR hanno raggiunto un volume complessivo di 13,35 miliardi di dollari, pari all'8,3% del totale degli IDE del Paese asiatico. Inoltre, nello stesso periodo, il valore totale degli appalti assegnati ad aziende cinesi in 61 Paesi nell'area OBOR ha toccato quota 100,36 miliardi di dollari.

La conferenza di mercoledì scorso è dunque venuta incontro alle esigenze di informazione e comunicazione delle associazioni industriali dei Paesi stranieri, in particolare sul tema dell'innovazione. Tra i temi del dibattito, è comparso infatti anche il piano Made in China 2025, citato dal governo cinese nell'ultimo piano quinquennale e finalizzato al raggiungimento di obiettivi concreti nell'ambito dell'Industria 4.0 e della logistica avanzata (cloud computing, Internet of things ecc. ...). Sarà proprio una nuova piattaforma cloud, sviluppata dalla cinese Brlinked (Beijing) Information and Technology, a fornire alle aziende informazioni utili per individuare i progetti più adatti e affidabili, venire incontro alla loro richiesta di servizi ed aiutarle a superare l'ostacolo delle differenze linguistiche. Come riporta il China Daily, la piattaforma, in pratica, «può garantire per le imprese e i progetti con il suo sistema di certificazione standardizzato e fornire consulenze, supporto legale, copertura assicurativa, sostegno finanziario, così come servizi di interpretariato».

«Una delle più grandi sfide affrontate dai nostri membri è il linguaggio», aveva infatti sostenuto nel giugno scorso Xiong Meng, vicepresidente esecutivo della Federazione Cinese dell'Economia Industriale. «Sono tante le diverse lingue parlate nei Paesi stanziati lungo la Cintura Economica della Via della Seta», aveva detto Xiong, aggiungendo che i problemi tecnici sarebbero stati risolti grazie alla possibilità per gli operatori dei Paesi membri del BRICA di «condividere e scambiare le informazioni in materia di investimenti utilizzando la propria madrelingua».

L'Unione Europea non ha una propria posizione unitaria sul piano OBOR e le istituzioni comunitarie appaiono ancora piuttosto fredde dinnanzi alla prospettiva di accogliere l'iniziativa cinese. Un rapporto pubblicato dal Parlamento Europeo lo scorso luglio da un lato affermava che «i forti interessi della Cina ad investire nei progetti europei per la connettività e a ricercare sinergie tra questi e l'iniziativa OBOR, come detto durante il vertice UE-Cina 2015, potrebbero rappresentare un punto di svolta» e che l'iniziativa OBOR, in quanto «concetto in divenire», dà all'Europa «l'opportunità di prendere parte alla composizione dell'agenda insieme alla Cina e di approfondire le relazioni sino-europee», ma dall'altro sollevava anche forti dubbi sui reali vantaggi per le aziende europee in termini di competitività. Eppure, diversi Paesi membri, in particolare in Europa Centrale e Orientale, si sono già mossi da soli per accogliere gli investimenti cinesi, come nel caso del Porto del Pireo in Grecia o delle linee ferroviarie ad alta velocità Belgrado-Budapest e Bucarest-Costanza. La prima di queste tratte dovrebbe poi prolungarsi fino alla Grecia, passando per Skopje in Macedonia, mentre la seconda dovrebbe proiettarsi sino a Vienna, passando per Budapest.

Per l'Italia, forse influenzata dai dubbi espressi tra Bruxelles e Strasburgo, si tratta di un piano in gran parte ancora da scoprire, ma già ricco di opportunità all'orizzonte. Il governo cinese, infatti, ispirato dalla vicenda di Marco Polo, ha individuato nella città di Venezia il punto di incontro tra le due direttrici principali della Nuova Via della Seta: quella terrestre, proveniente da Xi'an, e quella marittima, proveniente dalla catena interportuale Fuzhou-Quanzhou-Guangzhou-Beihai-Haikou. Questo significa che, entro i prossimi venti anni, l'Italia potrebbe svolgere in Europa un fondamentale ruolo di monitoraggio e controllo dei traffici commerciali in arrivo dalla Russia, attraverso Polonia e Germania, e da Asia ed Africa, attraverso il Canale di Suez. Non male per un Paese in crisi.

Andrea Fais - Agenzia Stampa Italia

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