(ASI) Ormai da decenni, Tenzin Gyatso gira per il mondo a rappresentare il buddhismo tibetano in esilio o, meglio, quella componente del lamaismo che ancora lo riconosce come il 14° Dalai Lama. La sua Fondazione Tibet, con sede a Londra, organizza viaggi e conferenze sui più disparati temi religiosi, etici e culturali.

Chiaramente, molto spesso la mole di attività divulgative patrocinate o direttamente partecipate dal Dalai Lama sconfina giocoforza nella politica, suscitando le puntuali reazioni di protesta di Pechino. La sovranità cinese sul Tibet è, infatti, ancora messa pesantemente in discussione da molti partiti, istituzioni e governi del mondo occidentale che, adducendo varie ragioni ideologiche o umanitarie, denunciano la presunta discriminazione delle minoranze etniche in Cina e, nello specifico, il supposto "genocidio etnico e culturale" in atto nella regione tibetana. Pechino nega risolutamente che tutto ciò sia vero e da molti anni presenta regolarmente, con una certa frequenza, documenti e resoconti dove dati demografici, economici e sociali corroborano un quadro generale molto diverso, da cui emerge una regione in forte sviluppo economico e sociale, capace di valorizzare il pluralismo sociale, etnico, linguistico e religioso e di preservare il patrimonio storico locale.

L'ultima trasferta europea del Dalai Lama, ricevuto ufficialmente dal presidente del Parlamento di Strasburgo Martin Schulz lo scorso 16 settembre, ha surriscaldato il clima inducendo Pechino ad annullare le visite in Cina, già previste, di due missioni organizzate rispettivamente dalla Commissione Europea per gli Affari Economici e dalla Commissione Europea per l'Industria, la Ricerca e l'Energia. Le conseguenze sono piuttosto gravi perché ad esser state cancellate sono trasferte finalizzate al confronto di alto livello in settori strategici della politica europea, specie in considerazione dei temi caldi in ballo da mesi, a cominciare dal riconoscimento dello status di economia di mercato alla Cina e dalla conseguente rimozione del regime antidumping nei confronti del Paese asiatico, per arrivare al taglio dell'overcapacity siderurgica cinese e all'incontro, in materia di innovazione manifatturiera, tra il piano europeo "Industria 4.0" e quello cinese "Made in China 2025".

Nel corso di un recente incontro con la stampa francese a Parigi, che ha preceduto di tre giorni la visita all'Europarlamento, il Dalai Lama ha affermato la necessità della riconciliazione, sostenendo che «la Via di Mezzo sarebbe di beneficio sia per i tibetani che per i cinesi». Questa parola d'ordine, nuovamente rilanciata dal Dalai Lama e dai suoi seguaci, prevede, in sintesi, un Tibet marcatamente autonomo all'interno della Repubblica Popolare Cinese, sulla scorta di quanto già avviene per le regioni amministrative speciali di Hong Kong e Macao, dove le particolari concessioni negli ambiti legislativo, amministrativo e finanziario sono motivate dal diverso sviluppo socio-economico dei due territori, rimasti per lunghissimo tempo sotto i rispettivi domini coloniali della Gran Bretagna e del Portogallo. Mutuando lo schema della dottrina "un Paese, due sistemi" in Tibet, per tanto, Tenzin Gyatso riprenderebbe il suo posto alla guida del Tibet, che resterebbe legato a Pechino soltanto per quel che riguarda le sfere della difesa e degli affari esteri.

L'impossibile "via di mezzo"

Tuttavia, il caso del Tibet è evidentemente diverso. I territori di  Hong Kong e Macao sono stati riacquisiti da Pechino in tempi relativamente recenti, il primo nel 1997 ed il secondo nel 1999. La regione tibetana, invece, tornò sotto la sovranità cinese nel 1951, dopo la lunga parentesi della fase teocratica, e fu riformata nel 1965 quando conseguì lo status di regione autonoma - caratteristica che la accomuna allo Xinjiang, al Ningxia, al Guangxi e alla Mongolia Interna. La condizione del Tibet all'inizio del XX secolo fu tratteggiata, fra gli altri, dal giornalista e scrittore britannico Edmund Candler, corrispondente dall'India per il "Daily Mail", che nel suo The Unveiling of Lhasa, pubblicato nel 1905, descriveva il capoluogo tibetano di allora come una «città squallida e sporca oltre l'immaginazione, né drenata né sterrata», in cui «nessuna abitazione sembra pulita o curata» e «le strade, dopo ogni pioggia, non sono altro che pozze di acqua stagnante dove maiali e cani vanno in cerca di rifiuti» [E. Candler, The Unveiling of Lhasa, Nelson and Sons Ltd., Londra, 1905, p. 310]. Ai piedi dell'imponente e maestoso Palazzo del Potala, insomma, lo scenario "urbano" era assolutamente desolante ed emblematico di una mobilità sociale che - come appuntò Tom Grunfeld nel suo The Making of Modern Tibet del 1987 - restava molto bassa.

La strada indicata dal cosiddetto "governo in esilio" rappresenterebbe, dunque, non solo una violazione costituzionale ma anche un regresso sociale e politico che porterebbe il Tibet in una direzione diametralmente opposta agli auspici, espressi almeno a parole nel mondo occidentale, dello sviluppo democratico della regione. Stando al censimento del 2010, la società tibetana, sebbene conti poco più di 3 milioni di abitanti, è composta per il 90,48% da tibetani etnici, di cui 46.000 sono membri del clero buddhista locale, per l'8,17% da Han (cinesi etnici) e per l'1,35% da altre minoranze, dimostrando dunque che nessuna repressione, colonizzazione o genocidio è in atto.

Il sistema elettorale, introdotto nel 1961, ha inoltre garantito ai tibetani etnici una presenza istituzionale complessiva negli organi legislativi ed amministrativi della regione pari al 78%. Secondo il Libro Bianco sul Tibet pubblicato dal governo cinese nell'aprile del 2015, dei 34.244 deputati eletti, direttamente o indirettamente, nei consessi locali a vari livelli, ben 31.901, cioè più del 93%, appartengono al gruppo etnico tibetano o ad altre minoranze (Moinba, Lhoba, Naxi, Hui, Zhuang ecc. ...), mentre meno del 7% è di etnia cinese Han. Oltre il 95% dei villaggi del Tibet ha poi stabilito un sistema collegiale, eleggendo organismi indigeni di autogoverno, grazie ai quali ogni questione amministrativa viene resa pubblica ed affrontata in modo condiviso [Cfr. Tibet's Path of Development Is Driven by an Irresistible Historical Tide, Dipartimento Informazione del Consiglio di Stato della RPC, Aprile 2015].

Non interferire ma investire

La Cina descrive così la "via di mezzo" proposta dal Dalai Lama nei termini di un espediente «che nega il percorso di sviluppo che il Tibet ha seguito sin dalla fondazione della Repubblica Popolare e tenta di creare uno 'Stato nello Stato' in territorio cinese, governato dal 14° Dalai Lama e dai suoi seguaci, come passo intermedio verso l'obiettivo finale della piena indipendenza».

Nel quinquennio 2009-2013, l'economia tibetana è cresciuta mediamente del 12,3%, persino al di sopra del dato nazionale. Tra il 2011 e il 2015, il governo di Pechino ha inoltre pianificato 226 grandi progetti in settori legati al miglioramento della qualità della vita, nel settore infrastrutturale, in quello industriale con caratteristiche locali e in quello della salvaguardia ambientale, per un investimento totale pari a 193,1 miliardi di yuan (circa 27,6 miliardi di euro). Dal 1951, anno della definitiva riannessione alla Cina, il PIL complessivo della regione è cresciuto di quasi 630 volte. Il Tibet si conferma perciò come uno dei fiori all'occhiello tra le regioni autonome del Paese per capacità di crescita, sviluppo umano e coesistenza tra diversi gruppi etnici autoctoni.

Sul piano storico, poi, è di fatto impossibile parlare di una vera e propria invasione/colonizzazione nella regione. Le vicende della Cina interna e del Tibet si sono spesso intrecciate nel corso degli ultimi tremila anni, soprattutto durante la Dinastia T'ang, che, dalla capitale Chang'an (oggi Xi'an), guidò il Paese tra il 618 ed il 907 d.C., favorendo la diffusione del Buddhismo in tutto l'Impero, in particolare grazie all'opera del celebre monaco Xuanzang. In Cina, oggi, vi sono all'incirca 185 milioni di buddhisti, che mantengono legami culturali e spirituali molto forti col Tibet.

I programmi lanciati da Pechino, soprattutto nell'ambito della salvaguardia ambientale, della sicurezza alimentare e della logistica, potrebbero richiamare nel prossimo futuro l'attenzione di diverse imprese italiane. Stando alle cifre pubblicate dal Dipartimento di Statistica della Repubblica Popolare Cinese, tra il 2006 e il 2013 il numero di aziende straniere operative in Tibet è salito da 115 a 240. Principalmente, per ora, si tratta di operatori provenienti da Hong Kong o di joint-venture tra imprese locali ed imprese estere. Le difficoltà che possono presentarsi nel tentativo di penetrare il tessuto economico tibetano non sono dovute solamente alla naturale diffidenza nei confronti di quei Paesi che continuano a mantenere un atteggiamento ambiguo sulla questione tibetana, ma anche ad un tessuto produttivo locale che risente del basso tasso demografico, dell'orientamento prevalentemente agricolo e pastorizio dell'economia regionale, delle particolari caratteristiche del territorio e ovviamente di un valore aggiunto che, sebbene in crescita, è ancora inferiore rispetto alle più avanzate regioni orientali del Paese.

I settori coinvolti dagli investimenti esteri in Tibet comprendono l'industria della lavorazione della lana, la tappezzeria, la ristorazione, il turismo, la farmaceutica, il comparto minerario, il commercio, i trasporti, l'immobiliare e le telecomunicazioni, ma non mancano le prospettive legate alla sostenibilità, come i numerosi progetti green per la preservazione del territorio, dei bacini idrografici e delle risorse forestali, e all'innovazione, sia nell'ambito industriale e logistico che in quello domestico e dei consumi. L'integrazione della regione nel progetto governativo One Belt, One Road, per la ricostruzione delle direttrici terrestri e marittime della Via della Seta, valorizzerà inoltre il ruolo strategico del Tibet come ponte naturale della Cina verso l'Asia Meridionale, richiedendo il potenziamento delle grandi linee ferroviarie già esistenti, su tutte la spettacolare arteria Qinghai-Tibet, che solo nel 2015 hanno permesso a quasi 11,6 milioni di turisti, provenienti da tutto il mondo, di visitare le meraviglie di Lhasa.

Al di là della delegittimazione in sé della sovranità nazionale e dell'integrità territoriale cinese - un comportamento sbagliato che contraddice la Carta dei Principi dell'ONU - è nell'interesse dell'Europa smettere di interferire nella questione tibetana. In primo luogo perché, come la storia ha dimostrato, lo sviluppo economico e democratico del Tibet può avvenire soltanto nel più ampio contesto di un moderno sistema di mercato, repubblicano e aconfessionale qual è appunto quello cinese, al quale non esistono alternative. In secondo luogo, perché ospitando il Dalai Lama all'interno di sedi istituzionali importanti come il Parlamento Europeo, Bruxelles dà l'impressione di aderire alla legittimazione della proposta politica indipendentista, mettendo a repentaglio i rapporti con la Cina.

Andrea Fais  - Agenzia Stampa Italia

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