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(ASI)Esteri - Molte erano le aspettative che hanno preceduto il vertice di Montreux, che nelle intenzione e le speranze degli attori coinvolti, avrebbe dovuto segnare una svolta nella crisi siriana.

Al termine dei lavori però pochi sono i risultati concreti e tangibili prodotti dalla comunità internazionale, che ha cercato fino all’ultimo, tramite il negoziatore Brahimi, di far dialogare le delegazioni del regime e quelle delle opposizioni. Lo stesso spiraglio di una tregua limitata ad Homs, per fare evacuare donne e bambini è sfumato, così come ancora lontana sembra essere la possibilità che si possa realizzare uno scambio di prigionieri tra le opposizioni e il regime.

A pesare, secondo molti osservatori sul fallimento del vertice, l’assenza dell’Iran, il grande attore assente da Ginevra coinvolto direttamente nella questione siriana e impegnato nel tortuoso dossier sul programma nucleare.

Pur se diverse fonti dell’opposizione siriana contestano e mal digeriscono il possibile ruolo dell’Iran, accusato di aver inviato i propri consiglieri militari in Siria e di aver sostenuto insieme alle milizie di Hezbollah il regime di Assad garantendone la sopravvivenza, è difficile ipotizzare un superamento dell’attuale stallo senza Tehran.

Non sfugge infatti come la situazione sul campo sia ben diversa da quella che si registrava all’incirca un anno fa, quando per dovere di cronaca, il Segretario Generale di Hezbollah Hassan Nasrallah, dichiarò pubblicamente le motivazioni dell’intervento militare delle proprie milizie in Siria a sostegno di Assad.

L’istantanea della Siria di oggi rappresenta una paese in cui né il regime riesce a riprendere il controllo del territorio a quella che era la situazione antecedente al 2011 né le opposizioni sono in grado di assestare un’offensiva decisiva all’esercito di Assad. A questa situazione si aggiungono le aree semiautonome controllate dai curdi e dalle milizie cristiane così come tutta un’area al confine con la Turchia dove da pochi giorni si registrano scontri a fuoco tra i militari di Ankara e l’Isis.

Il rischio, già paventato da molti, di una frammentazione della Siria in due, forse tre realtà statutarie, non è poi così astratto tanto che un eventuale congelamento della situazione sul campo con relativa apertura di corridoi umanitari viene visto come un primo passo verso la legittimazione degli attori in campo.

Ecco perché sarà importante capire quali sviluppi si registreranno lontano dai riflettori e in previsione della ripresa dei colloqui fissati per il 10 febbraio. Brahimi ha esortato le varie potenze a esercitare pressioni su Damasco e sulle opposizioni perché queste discutano seriamente sulla fine del conflitto alla ripresa dei lavori. È bene ricordare che le parti sono ancora molto distanti e che tra reciproche accuse e rifiuti di legittimazione, l’obiettivo del governo di transizione sembra essere lontanissimo, nonostante molti media abbiano dato forse sin troppa enfasi ai colloqui intercorsi per il tramite di Brahimi.

È probabile che eventuali sviluppi o frenate sul modesto percorso avviato a Montreux e la possibilità di aprire dei corridoi umanitari, si potrebbero già registrare questa settimana con due appuntamenti in agenda che suscitano molto interesse: la conferenza del 3 febbraio sulle emergenze umanitarie in Siria organizzata dalla Farnesina e la prima visita del portavoce dell’opposizione siriana Ahamad Jarba a Mosca prevista per il prossimo 4 febbraio.

Matteo Bressan – Agenzia Stampa Italia

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