(ASI) Lo spettro di una nuova guerra civile aleggia silenzioso per le strade del Sud Sudan, uno spettro che riemerge ad intervalli regolari e che copre la nazione da un velo che la rende invisibile all’Occidente, poiché le richieste di aiuto, urlate dai piccoli villaggi, raggiungono raramente i Mass Media occidentali. La capitale Juba è di nuovo data alle fiamme, mentre il cancro del petrolio fomenta scontri e rivolte fra i gruppi che se ne vogliono impossessare. Il Sud Sudan, nato da una lunga guerra contro il Sudan e indipendente dal 2011, non è riuscito a trovare un ordine interno e varie volte si è percepita l’imminenza di un colpo di Stato. Il conflitto ventennale finora è costato la vita a due milioni di persone, ma non è altro che una delle tante guerre dimenticate di cui non sappiamo quasi nulla. Che dire del Mali, di cui non si hanno più notizie certe a parte la distruzione delle storiche mura di Timbuktu. Lì erano intervenuti i francesi a fermare la rivolta di tuareg e integralisti islamici, che avevano di fatto creato uno Stato indipendente nel nord dove erano state imposte le leggi della sharia.
Nonostante le truppe francesi abbiano ristabilito l’ordine e assicurato il buon andamento delle elezioni, la minaccia terroristica non è stata spenta definitivamente e continua ad infiammare tutta la fascia del Sahel. E la Siria? L’intesa sulle armi chimiche ha di fatto reintegrato il regime di Assad nella comunità internazionale come interlocutore credibile, oltre che molto caro alla Russia di Putin. Inoltre ha avuto l’effetto di cancellare tutte le notizie relative alla guerra civile, proprio nel momento in cui gli Stati Uniti quasi nel silenzio hanno negato ulteriori aiuti ai ribelli. Aleppo continua ad essere bombardata, il bilancio dei morti è in aumento e tre milioni di profughi sono in fuga dalla propria casa per sfuggire alla morte. Una sorte simile è toccata all’Iraq. Dopo la ricerca inconcludente delle presunte armi di distruzione di massa, l’azione militare è stata dichiarata ufficialmente conclusa il 15 dicembre 2011. Eppure le truppe americane sono ancora lì. Nel 2013 inoltre si è toccato il picco massimo di morti tra i civili dalla fine del conflitto. Viene da chiedersi se una fine ci sia mai stata. Per ultimo, ma non meno importante, è stato riconosciuto dagli analisti il rischio nella Repubblica Centrafricana, potenzialmente considerata come una “nuova Somalia”. Le bande armate, alcune native degli Stati limitrofi, hanno destituito il presidente Bozizé. Djotodia, il suo successore, ha tentato senza successo di integrarle nell’esercito così da tenerle sotto controllo. Ai ribelli islamici si oppongono bande armate cristiane, rappresentative della maggioranza della popolazione, che hanno dato vita ad una crociata contro quelli che considerano nemici ideologici. Il timore della comunità internazionale è che il conflitto possa degenerare in una guerra civile sanguinosa, una delle tante dimenticate, una delle tante invisibili ai nostri occhi. Tante sono le urla che non sentiamo.

Guglielmo Cassiani Ingoni – Agenzia Stampa Italia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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