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(ASI) La crisi siriana giunge ad un punto di svolta importante. Bashar al-Assad ha accettato la proposta avanzata dalla Russia di consentire l’ispezione dell’Onu all’interno dei depositi chimici militari. Il fatto che anche la Cina e l’Iran abbiano salutato favorevolmente questa iniziativa fortemente voluta dalla diplomazia di Mosca, dimostra che potrebbe esistere una strategia comune tra i tre Paesi attualmente più vicini al presidente siriano o comunque più fortemente contrari ad un intervento militare occidentale. Premesso che, almeno fino a quando non avrà inizio un conflitto armato, non esiste alcun fronte di guerra, ognuno di questi tre attori mantiene sulla crisi siriana un profilo differente in base alle esigenze strategiche, alla posizione geografica e, dunque, agli interessi nazionali specifici.

Gli interessi dell’Iran

L’Iran, unico vero e proprio alleato di Assad, è il Paese maggiormente coinvolto nella complessa crisi siriana. Dal punto di vista di Tehran, la Repubblica Araba di Siria rappresenta prima di tutto un cuscinetto multiconfessionale ed “ecumenico” che impedisce al fondamentalismo settario sunnita di espandersi. In secondo luogo, la Siria è per l’Iran un sicuro sbocco verso il Mediterraneo capace di costituire la valida alternativa ad uno scenario libanese che, sebbene saldamente controllato dalle forze sciite di Hezbollah, resta perennemente instabile sotto la continua minaccia di un conflitto interreligioso.  Inoltre, dopo la recentissima elezione di Mamnoon Hussain in Pakistan, gli equilibri sorti tra Tehran e Islamabad negli anni della presidenza socialdemocratica di Zardari tornano nuovamente in discussione. Hussain, esponente della Lega Musulmana Pakistan (N), è da sempre considerato un uomo di fiducia di Nawaz Sharif, da pochi mesi rieletto primo ministro a oltre tredici anni di distanza dal golpe che lo costrinse alla fuga in Arabia Saudita per evitare la condanna all’ergastolo che avrebbe dovuto scontare in patria.

L’Iran si è così mosso in anticipo e già dall’autunno scorso ha concluso diversi accordi di cooperazione economica e militare con l’Iraq di al-Maliki, cercando nuovamente di richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica internazionale sulla repressione delle rivolte popolari in Bahrein (a maggioranza sciita, ma governato da una monarchia sunnita filo-saudita). Tuttavia la possibile nuova deriva integralista del Pakistan e i recenti tentativi di accordo tra Washington e i talebani in Afghanistan sono fattori che potrebbero ridurre drasticamente la sfera d’influenza di Tehran sulla regione mediorientale, stringendola a sud nella morsa di un’Arabia Saudita conclamato sponsor dell’estremismo wahhabita ed attore egemone nell’area del Golfo, e a nord in quella di una Turchia prepotentemente penetrata in Turkmenistan (dove dovrà comunque fare i conti con la presenza cinese) e in Azerbaigian (dove la prevalenza della Shia non riesce a contrastare efficacemente il panturchismo etnico).

Il ruolo che la Siria gioca in questa partita per l’affermazione nel mondo islamico tra la strategia regionalista (neopersiana?) promossa da Rouhani, quella “neo ottomana” targata Erdoğan-Gül-Davutoğlu e quella neowahhabita dei regnanti sauditi, è dunque fondamentale. La capacità di resistenza di Assad è direttamente proporzionale all’indebolimento delle strategie di Ankara e Riyad e al rafforzamento di quella di Tehran.

Gli interessi della Russia

La Russia possiede una base navale in Siria, nei pressi del porto di Tartous. Più volte i ribelli hanno minacciato l’assalto contro questo avamposto militare senza tuttavia mai riuscire ad impensierirne seriamente il personale. In quanto potenza rivierasca del Mar Nero, i limiti imposti dalla Convenzione di Montreux del 1936 non impediscono alla Russia il transito negli Stretti ma vincolano la Marina Federale ad alcuni obblighi conoscitivi nei confronti del governo turco che non le consentono di avvalersi del fattore sorpresa e di una completa libertà di manovra, tanto più in una situazione dove la Turchia è apertamente schierata contro Damasco e si è detta pronta a partecipare a qualsiasi coalizione internazionale si formi per rovesciare il presidente Bashar al-Assad.

Forte della tradizionale alleanza tra Mosca e Damasco, Tartous costituisce perciò l’unico sbocco sicuro della Russia sul Mediterraneo in attesa della realizzazione di una stazione per il rifornimento navale a Limassol e dell’installazione del personale e dei mezzi militari russi nella base aerea di Paphos, progetti per i quali il ministro degli Esteri Sergej Lavrov ed il suo omologo cipriota Ioannis Kasoulidis hanno concluso un accordo lo scorso 27 giugno a San Pietroburgo. In quest’ottica, Cipro potrebbe rappresentare un laboratorio per sperimentare una serie di accordi economici, militari e culturali finalizzati alla costruzione di una nuova politica balcanica di Mosca che coinvolga anche la Serbia, la Grecia e la Bulgaria, dove le rispettive opinioni pubbliche stanno protestando per evitare il crollo definitivo provocato da processi di integrazione euro-atlantica completamente fallimentari. Inutile dire che la comunanza spirituale tra le chiese ortodosse (comprese quelle copte in Medio Oriente) giocherebbe un ruolo determinante, imponendo il governo di Mosca in un già affermato ruolo di difensore delle comunità cristiane nel continente eurasiatico, sovente minacciate e brutalizzate dall’intolleranza del settarismo sunnita che sta devastando la Siria da oltre due anni.

C’è infine un interesse di ordine pubblico che rientra nella sfera della sicurezza collettiva ed è chiaramente legato al terrorismo internazionale che recluta e addestra numerosi miliziani provenienti dalle regioni musulmane del Caucaso russo (Cecenia e Dagestan in primis), pronti a far entrare capitali sauditi in patria per organizzare attentati e disordini nel territorio federale. Nel 2012 la Russia ha condotto diverse operazioni antiterrorismo, tra Dagestan e Tatarstan, a fronte di almeno tre gravi attentati, nel più eclatante dei quali perse la vita Valjullah Jakupov, vicario del Gran Muftì di Russia, Ildus Faizov.

Gli interessi della Cina

La Repubblica Popolare Cinese è la potenza anti-interventista più lontana dallo scenario geopolitico mediorientale. Inoltre la sua linea di politica estera, fondata sui cinque principi della coesistenza pacifica, le impedisce di interferire negli affari interni altrui a tal punto da mettere in discussione la sovranità di un altro Stato e delle sue autorità istituzionali. Quella di Pechino è una strategia realista che, sebbene mantenga alcuni elementi dell’idealismo terzomondista ereditato dalla Conferenza di Bandung, poggia la sua condotta su un’abile regolazione tra i motivi dello sviluppo economico e i principi della Carta delle Nazioni Unite. Partendo dall’assunto storico che la globalizzazione economica favorisce i processi di multipolarizzazione del potere politico e tecnologico nel pianeta, lo stato maggiore cinese considera la stabilizzazione delle società come la base fondamentale per la costruzione dello sviluppo sociale, secondo la formula della società armoniosa (hexie shehui) in un mondo armonioso (hexie shijie). La Cina dunque non si pone il problema della legittimità democratico-rappresentativa di Bashar al-Assad, ma piuttosto della capacità del governo siriano di garantire la stabilità, lo sviluppo e il benessere generale all’interno del Paese. È chiaro che la sensibilità di una nazione storicamente e costituzionalmente multietnica e multiconfessionale come la Repubblica Popolare Cinese induca Pechino a preferire la permanenza di Assad come garante della coesistenza pacifica tra le diverse comunità che risiedono da secoli nel territorio siriano, rispetto al settarismo e allo sciovinismo confessionale o etnico delle forze ribelli (siano esse islamiste o curde).

Proprio la questione della coesistenza pacifica rimanda in Cina alla complessa regione autonoma dello Xinjiang, dove ben tredici gruppi etnici secolari convivono secondo la regola dei tre inseparabili legami (gli Han indispensabili per le etnie di minoranza, le etnie di minoranza indispensabili per gli Han e ognuna delle etnie di minoranza indispensabile per le altre). Tra questi gruppi, il più numeroso è quello degli Uiguri, comunità turcofona e musulmana al cui interno è tradizionalmente annidato un violento separatismo. Gli interessi turchi giungono fino a quelle latitudini e non fu un caso se durante le rivolte di Urumqi nel luglio 2009, fu la voce di Erdoğan a levarsi più in alto di tutti per difendere i diritti all’autodeterminazione del popolo uiguro. Come ampiamente dimostrato dai fallimenti collezionati dopo il crollo dell’Urss, smentendo tutte le profezie ideologiche dell’estremismo nazionalista panturco, Ankara non riuscirà mai a recuperare il terreno perduto in Asia Centrale e tanto meno a mettere le mani sullo Xinjiang. Tuttavia il continuo soffiare sul fuoco dell’integralismo e del separatismo ha provocato negli ultimi venti anni numerosi morti e feriti, non solo in Cina ma anche in Kirghizistan e in Tagikistan, destabilizzando una delle aree più complesse e più importanti del pianeta, nel cuore dell’antica Via della Seta.

Prospettive comuni

L’immagine internazionale dell’Iran, della Russia e della Cina esce senz’altro rafforzata da questo braccio di ferro con gli Stati Uniti e con la Francia sul campo di battaglia siriano. Gli occhi del mondo sono quasi del tutto puntati sulla Siria e all’opinione pubblica mondiale non può certo sfuggire la netta differenza tra l’enorme sforzo sino-russo per la risoluzione pacifica della crisi e l’incapacità della Casa Bianca di produrre prove chiare, in grado di dimostrare l’eventuale responsabilità del governo siriano nell’utilizzo di armi non-convenzionali. L’errore comunicativo che Obama e Hollande stanno pagando a caro prezzo è sicuramente quello di aver messo le mani avanti, annunciando un intervento militare senza attendere né la conclusione dell’inchiesta della commissione Onu né un consesso generale presso il Consiglio di Sicurezza. Messi all’angolo da questo aut-aut statunitense basato esclusivamente sulla parola del Dipartimento di Stato americano, molti governi occidentali hanno ovviamente abbandonato Washington e Parigi, temendo le conseguenze catastrofiche di un crescendo militare incontrollabile.

L’assenso all’ispezione dell’arsenale chimico militare siriano dà inoltre ad Assad la possibilità di fornire una prova in più che lo scagioni dalle accuse franco-americane, mostrando potenziali elementi tecnici e burocratici (sigilli, tracce, componenti ecc. …) in contrasto con la tesi che lo vorrebbe responsabile dell’utilizzo di gas sarin contro la popolazione civile. Se l’impianto accusatorio fosse smontato, per gli Stati Uniti le conseguenze in termini di consenso internazionale sarebbero devastanti a partire dai rapporti con gli alleati europei, già compromessi a seguito dello scandalo Datagate.

Andrea Fais - Agenzia Stampa Italia

 

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