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(ASI) Più il tempo passa e più le condizioni di vita nel nostro paese peggiorano. Per la giornata odierna Fare per Fermare il Declino (FFID) ha organizzato una serie di manifestazioni di protesta con presidi agli ingressi di Equitalia e altri posti strategici, nelle principali città di tutta Italia. BASTA SPRECHI DI STATO! BASTA TASSE PER PAGARLI! Questo è lo slogan di riferimento e sul sito di Fare se ne legge la motivazione: Dietro le troppe tasse e la diffusa inefficienza, sciagure nazionali che incidono in maniera profondamente negativa sulla vita delle persone, delle famiglie e delle imprese italiane, si nasconde spesso un'emorragia di risorse economiche pubbliche male impiegate, sprecate senza ritegno, buttate direttamente nella spazzatura. Anche in tempi di recessione e di patti di stabilità, lo Stato, che direttamente o tramite i suoi boiardi controlla gran parte del PIL del paese, trova il modo di utilizzare grandi risorse in modo assolutamente contrario all'interesse dei cittadini.

Bene, penso, finalmente anche FID riemerge dalla nebbia del dopo elezioni e incomincia a farsi sentire. Era Ora! Ma, la situazione italiana è molto più complessa di quanto si possa percepire. Il Governo si appresta a una “Manovra correttiva” da dodici Miliardi e chissà da dove andrà a prelevare i soldi se non imponendo altre tasse e sacrifici a chi già da qualche tempo è ridotto a un pasto il giorno. E già! Perché la “casta” va preservata, anzi no, va rinforzata e aumentata a livello di spesa pubblica. In caso contrario come si potrebbe giustificare una diminuzione del potere acquisito? La situazione italiana per contro mostra uno Stato sempre più in difficoltà, con tempi di pagamento dei propri debiti che si allungano sempre più, collocandosi oltre l’anno. Nelle graduatorie internazionali l’Italia si colloca al 23° posto su 34 Ocse per i salari, 38 su 50 per capacità di attrarre investimenti, 92° posto su 160 per la libertà economica, la nostra “scuola” si classifica al 24° posto su 40, per la Giustizia al 156° su 181, al 44° posto su 60 per la competitività e, udite udite,  al 1° posto su 124 per il livello di tassazione (55%), salvo manovre correttive da considerare a breve. Tutto questo senza considerare la madre di tutte le preoccupazioni che ci pone all’ottavo posto a livello mondiale come volume di debito pubblico sul PIL, che come noto è al 132%.

Se questa è la situazione interna, il quadro internazionale non è da meno. L’annosa crisi del sistema economico mondiale e delle istituzioni intergovernative e, in particolare, la complessa transizione post rivoluzioni nel mondo Arabo, sono fattori che stanno incidendo anche sulla stabilità del sistema Europa. In particolare, la politica estera Usa ha notevolmente interagito per l’instaurazione di un nuovo Ordine mondiale di cui, ancora oggi, non si percepiscono gli orizzonti finali. L’assetto strategico in Mediterraneo è cambiato enormemente, senza, tra l’altro’, che l’Europa abbia dato segni di coinvolgimento. Osservando quanto sta accadendo nell’infelice guerra civile in Siria, sembrerà strano, ma la Russia appare come l'ultimo baluardo di democrazia contro la dilagante silenziosa presenza di una nuova Potenza Regionale in Mediterraneo: l'Arabia Saudita e il Qatar che, nel silenzio generale, hanno istigato e finanziato la rivolta “islamista” del mondo arabo. Quanto in atto in Mediterraneo e nel mondo islamico, sembra appartenere molto di più al futuro degli USA di quanto possa essere ipotizzato. Il nuovo ordine mondiale degli USA di Obama è basato sul "leading from behind" e di tutto questo ne ha dato conferma mantenendo un profilo marcatamente defilato rispetto ai recenti processi di cambiamento nell’area. La crisi economica, la riluttanza dell’opinione pubblica ad appoggiare nuovi impegni militari dopo le difficili esperienze in Iraq e Afghanistan, e lo spostamento del baricentro strategico della politica estera USA verso oriente sono vincoli importanti che porteranno gli USA sempre più lontano dal Mediterraneo e dagli “alleati” europei.

Ecco quindi che, di fronte a questi due contemporanei stimoli, quell’involutivo interno e il dissociativo USA, una nuova “speranza” si fa breccia nei miei pensieri. Se aumenta sempre più il livello di sfiducia nella classe politica italiana e il correlato potere decisionale (di cui il “lento-Letta” ne è artefice principale) e il quadro internazionale mostra una sorta di cambiamento in atto in cui l’Italia si dimostra sempre più isolata, per contro, guardando all’interno della nostra Europa mi rendo ben conto che la soluzione è da ricercare in una sicura Unione e Unità d’intenti che solo un nuovo “Stati Uniti Europei” possono assicurare. Penso a come abbia fatto la Germania nel 1991 a inglobare sedici milioni di persone senza minimamente intaccare il sistema UE (se non per aiuti economici che sta ancora pagando) e, in seguito, a subire gli effetti della crisi finanziaria internazionale solo minimamente. Così come per la politica estera e di Sicurezza comune, la Francia abbia fatto da unico riferimento in quest’ultimo decennio. Ecco, si! Non c’è dubbio che, malgrado tutto, in questi anni mi sia sentito molto più europeo che italiano e, ora, spero solo che questo barlume di unità guidato dalla Francia e dalla Germania possa degnamente prendere piede e guidarci all’unisono verso un futuro per uno Stato Federale Unito, senza riserva alcuna.

Fabio Ghia – Agenzia Stampa Italia

 

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