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Politica Estera

Le proteste del mondo islamico contro il video blasfemo.

Di Fabrizio Torella 16 Settembre 2012 – 08:39 1 min di lettura

(ASI) Dopo gli attacchi mortali di Bengasi costati la vita all’Ambasciatore americano Chris Stevens e altri tre funzionari al seguito, continuano le proteste davanti alle sedi diplomatiche statunitensi in diversi Paesi di tradizione islamica, per il video apparso su youtube nel quale viene offesa la figura del Profeta Maometto.


 A Sanaa, capitale dello Yemen, 4 persone sono morte nei pressi dell’ambasciata americana durante gli scontri tra protestanti e le forze dell’ordine supportate da una squadra di marines giunti appositamente; stesse scene a Gaza, a Rafah, a Tunisi, a Baghdad. Manifestazioni più o meno spontanee hanno sfilato in alcune località della Nigeria, del Bangladesh, della Malesia. In Egitto, dove il Presidente Mohamed Morsi ha usato toni durissimi, affermando minacciosamente che <,  i Fratelli Musulmani hanno da parte loro dichiarato che organizzeranno sit-in davanti alle moschee ma eviteranno le sedi diplomatiche. I manifestanti inscenano quelle forme di protesta cui siamo tristemente abituati, incendiando le bandiere a stelle e strisce e quelle del nemico giurato Iraele, al grido di Allah Akbar, ricordandoci, purtroppo, che la religione continua a rappresentare troppo spesso motivo di divisione e odio, tradendo così il significato originario di ogni confessione.

La situazione è incandescente e in continua evoluzione, nonostante la condanna immediata del video incriminato da parte del Presidente Obama, il cui atteggiamento di cautela di fronte all’attacco mortale in Libia lo ha premiato negli ultimi sondaggi contro il suo rivale alle prossime presidenziali, Mitt Romney, il quale ha invece pagato le sue dichiarazioni a caldo, definite dai suoi stessi colleghi di partito come “inopportuna strumentalizzazione”.

Nel frattempo, il Dipartimento di polizia della Contea di Los Angeles ha fermato Nakoula Basseley Nakoula, presunto autore del video, che per il momento sarà indagato per aver contravvenuto al divieto di accedere ad Internet, comminatogli da una corte californiana dopo una condanna per frode bancaria nel 2010.

Non è la prima volta che un fatto del genere causa la collisione frontale tra il mondo islamico da una parte e quello occidentale dall’altro, rappresentato, -indebitamente- dagli Stati Uniti come modello ispiratore di riferimento. E’ di recente pubblicazione l’ultima opera autobiografica di Salman Rushdie, intitolata Joseph Anton, in cui lo scrittore indiano naturalizzato britannico, racconta i suoi ultimi vent’anni dopo la fatwa lanciatagli dagli integralisti islamici che lo avevano condannato a morte per la pubblicazione del libro “I versetti Satanici”, ritenuto blasfemo, anche in questo caso, nei confronti del Profeta. E ancora il 30 settembre 2005, le caricature di Maometto pubblicate sul quotidiano danese Jyllands-Posten e in seguito sul giornale norvegese di ispirazione cristiana protestante, Magazine, provocano violente reazioni; un anno prima in Olanda un fanatico esponente del gruppo estremista islamico Gruppo Hofstad, uccide il regista Theo Van Gogh per alcune scene del suo ultimo film Submission, senza dimenticare i comprensibili moti di sdegno provocati dalle immagini di alcuni soldati americani che urinavano sul corano. Si potrebbe continuare con un lungo elenco che testimonia, in fin dei conti, un vero e proprio scontro di civiltà di cui la religione costituisce condizione necessaria ma non sufficiente a spiegare una lontananza culturale che si fa abissale nei momenti di recrudescenza della tensione, nonostante le ormai datate teorie della globalizzazione che nel progresso tecnologico della comunicazione e nel conformismo del consumo di massa, individuavano la via salvifica verso la pacificazione dei popoli.

 

Fabrizio Torella per Agenzia Stampa Italia

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