(ASI) Roma - Mi giunge improvvisa la notizia della morte di Filippo Giannini. Oramai, ero abituato a leggere i suoi articoli puntuali, che mi giungevano con cadenza più o meno settimanale, circa la politica italiana.

Non erano semplici polemiche: si trattava di confronti tra l’Italia che è stata, e quella che ora non è più. Nostalgia, si potrà obiettare. Certo, c’è anche quella. Giannini non aveva mai rinnegato la sua fede in Mussolini, e per tutta la vita ha difeso con tutto se stesso l’operato del dittatore italiano. Eppure, dotato di una certa vis polemica, Giannini riusciva a presentare un confronto tra l’Italia di 80 anni fa e quella odierna, ove, ovviamente, i giorni nostri escono sconfitti senza appello. Non tanto perché ai nostri giorni vi sia la “libertà”, ma per la perdita totale del costume, della sovranità, dell’indipendenza, della solidarietà, della ricchezza e anche della sfrontatezza, tratti che per anni hanno caratterizzato il popolo italiano.

Traducendo, stiamo perdendo gradualmente il genio che per secoli ci ha illuminato. Depredati e colonizzati, incapaci di alcuna ribellione seria, i risultati, secondo Giannini, sono evidenti. E ciò lo portava a scrivere a professori universitari, a politici, a uomini che per pura meschinità o servilismo di parte, si tappavano gli occhi e difendevano l’indifendibile.

Filippo Giannini era una persona molto mite, checché se ne possa pensare. Architetto, era nato a Roma nel 1931. Aveva lavorato in Italia, in Libia ed in Australia. E parallelamente alla sua professione, collaborava con riviste e giornali, faceva ricerca storica, e scriveva. Lo si poteva incontrare all’Istituto Storico della Repubblica Sociale – Fondazione RSI a Terranova Bracciolini, o a qualche convegno, ove esponeva, con mitezza e naturalezza, e naturalmente, con qualche limite, le sue tesi.

Il suo impegno per scavare in profondità sugli eventi del secolo scorso, dalla Grande Guerra al secondo dopoguerra, lo hanno portato a scrivere un’opera che personalmente, reputo fondamentale per lo studio delle persecuzioni italiane antiebraiche: “Uno schermo protettore – Mussolini il fascismo e gli ebrei. Poi “Gli ebrei nel ventennio fascista”, quasi un’edizione riveduta, ma non proprio lo stesso libro. Ricordo molto bene la difficoltà nel presentare, al grande pubblico “Uno schermo protettore”. Il dodici settembre 2007, a Trieste, doveva tenersi un incontro pubblico con l’autore, ove egli potesse esplicare il frutto delle sue ricerche e le verità nascoste circa la protezione fascista (dopo l’8 settembre del ’43, ma anche prima, vedansi le zone di occupazione come il nizzardo) nei confronti delle comunità ebraiche. O come non citare le mancate consegne, nei territori come l’ex Jugoslavia, degli ebrei residenti in quei territori alle pressanti richieste tedesche? Giannini documenta tutto ciò in un saggio.

Il quale non ha l’obiettivo di scagionare Mussolini dalla persecuzione antiebraica, la quale rimarrà un’infamia nella storia patria. Esso si pone l’obiettivo di fare conoscere l’altro lato della storia, e per questo, veniva boicottato. Il 12 settembre 2007, la presentazione del suo saggio, a Trieste è stata possibile solo grazie al tempestivo intervento della Lega Nazionale, in quanto chi prima doveva ospitarlo, ha negato, con un giorno di preavviso, la sala prevista. Eppure, chi vi ha partecipato, così come ha potuto seguirlo in altre iniziative, ha capito sia la trama del libro, sia le intenzioni delle sue altre opere. Come non citare Benito Mussolini uomo della pace (suddiviso in 4 libri che ripercorrono la storia mussoliniana e del ventennio fascista), tesi rifiutata a priori da moltissime persone, le quali non hanno mai sfogliato una sola pagina dei suoi tomi.

L’architetto di Cerveteri sicuramente lascia un vuoto. Per un semplice motivo. Egli non sopportava le ingiustizie. Non lasciava correre, di fronte a dichiarazioni faziose, fossero esse di partigiani, di uomini politici, di professori o di semplici polemisti. Avrà avuto molti limiti, e parecchia ingenuità, soprattutto nello scontrarsi contro i mulini a vento di una vulgata resistenziale che non vuole essere scalfita.  Eppure, proprio lui raccontava, in un suo articolo, di quel partigiano, Francesco Montanari, membro dell’ANPI, che nel 1994 si è dato fuoco di fronte all’erogazione da parte dell’ex presidente Scalfaro di 20 miliardi di lire nei confronti dell’associazione. A testimonianza, che dovunque vi sono le brave persone. E che i silenzi vanno rotti, costi quel che costi. Riposa in pace, mite architetto di Cerveteri.

Valentino Quintana per Agenzia Stampa Italia

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