Egregio direttore,

da giorni assistiamo ad un dibattito acceso, sia nei corridoi dei Palazzi che fuori, tra la gente, su quale sia la strada migliore per dare un governo stabile al Paese. C’è chi invoca un ritorno alle urne e c’è chi spinge per trovare convergenze tra le attuali forze in Parlamento. I primi non comprendono che quanto sta accadendo è pura normalità. La democrazia parlamentare in Italia funziona proprio così: i cittadini non votano un Governo, ma eleggono parlamentari sulla base delle loro proposte politiche. I rappresentanti delle forze elette salgono quindi al Quirinale e attorno ad un programma e ad una rosa di candidati, ricevono l’incarico di formare un governo attorno al quale si possono formare e disfare maggioranze nel corso della legislatura. Di fronte all’impossibilità di convergere su un programma e una squadra di governo, il Presidente della Repubblica può optare per un ritorno alle urne, ma è sempre e solo l’extrema ratio. Sul tema gli argomenti snocciolati da alcuni politici denotano scarsa cultura delle istituzioni, ma d’altronde questo è il momento storico.

Si fa facile demagogia - vogliamo parlare del taglio dei parlamentari e del ridicolo risparmio per il bilancio dello Stato? Appena 50 milioni di euro, secondo l’autorevole Sole24Ore, a scapito di un forte deficit di rappresentanza per cittadini e territori. Si fa leva sulle paure dei cittadini - vogliamo parlare dei provvedimenti ai limiti delle leggi razziali varati dal governo giallo-verde?

E si promettono assurdità - l’uscita dall’Euro è roba da nostalgici dell'economia onanista. Dall’altro lato, politici improvvisati han preso gusto a star seduti sulle poltrone dei ministeri e pur di mantenerle giocano con le alchimie parlamentari, pensando di poter cambiare, da un giorno all’altro, l’alleato di estrema destra con uno di estrema sinistra. Sono passati dall’uno vale uno all’uno vale l’altro. Ebbene, ad entrambe le prospettive manca cultura politica, conoscenza delle istituzioni, visione programmatica. Manca, insomma, tutto quel prezioso bagaglio che solo un partito con una tradizione di governo alle spalle può avere. Forza Italia rappresenta un importante pezzo di storia italiana e una larga fetta di società e ritengo abbia tutte le carte in regola per proporsi alla guida di un nuovo patto di governo che sappia condurre l’Italia fuori dalla stagnazione economica e culturale, dall’isolamento internazionale e dei mercati nei quali sovranismi e populismi ci hanno trascinato. La distanza dalle posizioni di chi sta più a destra di noi sono ormai incolmabili: siamo geneticamente diversi da chi pensa di poter chiudere i porti e innalzare muri lasciando al di là di questi profughi e disperati alla mercé del mare o ai disastri della guerra e delle persecuzioni.

Così come geneticamente diversi siamo da chi, a sinistra, pensa di poter risolvere i problemi del Paese mettendo mano alle tasche dei cittadini con tasse e patrimoniali.

Forza Italia resta portatore sano di cultura democratica, liberale, di ispirazione cristiana ed europeista e, anche qualora si tornasse al voto, non avremmo che da perdere in un’alleanza coi sovranisti. Sono certo che in Parlamento vi siano ancora forze in grado di agire, con responsabilità, nell’interesse del Paese intervenendo sulle criticità del sistema Italia: in primis impedire l’aumento dell’IVA, varare la manovra finanziaria d’autunno e studiare una nuova legge elettorale consona al mutato scenario politico.A volte, caro direttore, occorrerebbe svestirsi dei panni del politico, non guardare alle prossime elezioni ma alle prossime generazioni. Di questo coraggio il Paese ha bisogno, per uscire definitivamente fuori da quel tunnel buio farcito di selfie a torso nudo al Papete, santini&madonne branditi come armi e bibitari dello stadio improvvisati ministri.

Gianfranco Micciché

 

 

 

 

 

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