(ASI) Quello del finanziamento dei partiti politici è un tema che ricorre periodicamente nel dibattito pubblico. Da circa vent'anni l'opinione pubblica italiana è orientata a richiederne l'abolizione, come espresso con il referendum del '93.

Recentemente il governo Letta ha posto fine a questa pratica, limitando così la possibilità di sovvenzionare i partiti ai soli soggetti privati. I fautori dell'abrogazione sostengono che la sovvenzione da parte dello Stato rappresenterebbe uno sperpero di soldi pubblici, e inoltre produrrebbe episodi di corruzione, essendo questi fondi utilizzati molto spesso per scopi illeciti o quantomeno moralmente discutibili. Ma è attendibile questa rappresentazione? In realtà gli accrediti ai partiti in Italia ammontavano a circa 200 milioni di euro (prima che fossero ridotti alla metà). Un cifra per nulla insostenibile, sebbene più alta della media europea. Infatti si tratta di appena lo 0,25% della spesa pubblica annua italiana, ovvero lo 0,12% del PIL, qualcosa di assolutamente irrisorio per il bilancio dello Stato e che non grava in alcun modo sulla finanza pubblica, a dispetto della annosa retorica che si è fatta per anni. Tuttavia, dicono i sostenitori della sua abolizione, il finanziamento pubblico favorirebbe episodi di corruzione o di un uso “disinvolto” dello stesso.

Bisogna però considerare che in Italia il meccanismo di ripartizione di questi crediti è alquanto bizantino, tale da giustificarne sì una semplificazione, ma non un'abolizione. Infatti, esso è presente in tutti i paesi europei, eccetto la Svizzera, non si vede per quale motivo proprio l'Italia debba rinunciarvi. Gli episodi di corruzione sono favoriti più che dai rimborsi pubblici dai fondi privati che lobby o grandi gruppi industriali o finanziari devolvono ai partiti. Negli Stati Uniti, paese che non prevede alcun tipo di sovvenzione federale, praticamente tutti i membri del Congresso sono sul libro paga di una qualche multinazionale o fondazione ed è cosa nota che le più grandi holding fanno a gara nel finanziare le campagne elettorali dei candidati alla presidenza per cifre spropositate.

Ciò comporta un condizionamento notevole dei gruppi privati sulla politica. I più grandi episodi di corruzione non sono prodotti dai soldi pubblici, ma dai fondi privati che i lobbisti usano per esercitare pressione sui parlamenti nazionali, non è un caso che la norma che ha permesso allo Stato di sovvenzionare i partiti è stata introdotta, nel 1974, proprio per limitare episodi di corruzione. Quello che occorrerebbe, semmai, sarebbe un limite ai finanziamenti privati. È su questa strada infatti che sembra volersi muovere il governo brasiliano di Dilma Rousseff, deciso a porre un argine alle ciclopiche campagne elettorali. Abolire la possibilità di accedere a un credito pubblico per i partiti (lasciando quello che ipocritamente viene chiamato “autofinanziamento”) significa costringere questi a ricorrere ad altre fonti, e quindi li rende ostaggio di gruppi di pressione e di interessi quantomeno alieni al bene comune.

 
Matteo Volpe

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