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Economia

Italia tra vulnerabilità e resilienza: il Rapporto Istat 2025 sulla competitività

Di Tommaso Maiorca 21 Marzo 2025 – 15:35 3 min di lettura

(ASI) Il 2024 è stato un anno di ripresa per gli scambi globali, dopo il rallentamento del 2023. Tuttavia, mentre la Cina e gli Stati Uniti consolidano il loro ruolo di poli dominanti, l’Europa appare schiacciata in una posizione marginale. L’Italia, con un grado di apertura commerciale quattro volte superiore agli USA, paga questa fragilità: ogni shock esterno, sia esso geopolitico (guerra in Ucraina) o economico (recessione tedesca), si traduce in effetti diretti sulla nostra manifattura.

Secondo le simulazioni dell’Istat, due anni consecutivi di recessione in Germania hanno sottratto due decimi di punto al PIL italiano. Pochi decimali? Forse, ma in un contesto di crescita asfittica, equivalgono a miliardi di euro bruciati.

Tra il 2019 e il 2023 le esportazioni italiane sono cresciute fortemente verso Stati Uniti (+47,5%) e Cina (+47,8%). Ma nel 2024 il quadro è cambiato: -3,6% verso gli USA, -20% verso la Cina, -5% verso la Germania. Nonostante ciò, l’export italiano negli Stati Uniti ha garantito un avanzo record di 34,7 miliardi di euro, grazie a settori storici come meccanica, tessile e alimentare, e a comparti emergenti come la farmaceutica.

È il segnale di un progressivo riorientamento delle nostre catene di valore: se prima guardavamo a Berlino, oggi l’orizzonte si sposta verso New York. Ma questa non è necessariamente una scelta: piuttosto, una conseguenza di mercati che si chiudono e catene di fornitura che si riconfigurano.

Il 2024 ha visto un calo complessivo del fatturato manifatturiero (-3,5%). Due terzi dei comparti hanno chiuso in rosso. A salvarsi sono pochi settori, quasi “isole felici”: la farmaceutica (+8,2%), la manutenzione dei macchinari (+6,5%), alcuni prodotti manifatturieri (+3,0%) e le bevande (+1,5%).

Al contrario, autoveicoli (-12,2%), altri mezzi di trasporto (-12,3%), raffinazione (-15,4%) hanno subito contrazioni violente. È un dato che si spiega non solo con la domanda globale, ma con un problema strutturale: la vulnerabilità delle nostre filiere.

Il Rapporto introduce un doppio indicatore di vulnerabilità, all’import e all’export. L’Italia, rispetto a Germania, Stati Uniti e Cina, è più esposta al rischio di shock esteri. Perché? Perché dipendiamo da input importati in settori strategici: metallurgia, chimica, elettronica, auto.

La metallurgia da sola pesa per il 9% della dipendenza complessiva; la chimica per l’8%. Se queste forniture vengono interrotte, l’intero sistema produttivo rischia un effetto domino.

I comparti più vulnerabili sono quelli a monte delle filiere: coke e raffinazione (cinque volte più esposti della media manifatturiera), chimica, metallurgia, elettronica. In questi settori, non basta diversificare: serve una politica industriale che riduca la dipendenza dall’estero, magari con un piano di reshoring o con partnership europee strategiche.

Guardando al livello d’impresa, i numeri diventano ancora più interessanti. Nel 2022, solo lo 0,5% delle imprese italiane era classificato come vulnerabile all’export. Ma attenzione: quel mezzo punto percentuale generava il 16,5% dell’export totale. Poche aziende, molto grandi, su cui si regge una parte cruciale della bilancia commerciale.

Le imprese più esposte guardano soprattutto agli Stati Uniti e alla Germania. Verso gli USA esportano farmaci, macchine complesse, gioielleria, vino, mobili. Verso la Germania, componenti per auto, fili elettrici, prodotti in metallo. Settori che, se colpiti da un embargo o da un cambio normativo, rischiano di far collassare intere filiere a valle.

Il paradosso è evidente: da un lato, l’Italia è ancora un Paese fortemente competitivo, capace di primeggiare nella farmaceutica, nell’agroalimentare e nel lusso; dall’altro, la sua manifattura resta dipendente da input esteri difficili da sostituire.

Tommaso Maiorca – Agenzia Stampa Italia

Fonte: 
Istat

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