(ASI) La durissima medicina somministrata a milioni di cittadini in questi anni dalle autorità europee e dai governi nazionali, dietro indicazione degli ambienti finanziari internazionali, avrebbe dovuto servire a mettere in ordine i bilanci dei paesi più in difficoltà e a ridurre il debito pubblico ufficialmente all’origine della crisi in atto.
A smentire ancora una volta in maniera clamorosa questa teoria propagandata fino alla nausea da politici e media è stato questa settimana un rapporto dello stesso ufficio statistiche dell’Unione Europea (Eurostat), il quale ha confermato che i provvedimenti messi in atto da Dublino ad Atene non hanno fatto altro che deprimere ulteriormente la crescita economica e aumentare i livelli di indebitamento.
Le cifre diffuse mercoledì da Eurostat indicano, per il secondo trimestre del 2012, un debito in media pari al 90% del PIL nei 17 paesi che utilizzano la moneta unica, vale a dire il livello più alto dal 1999. Soprattutto, con l’intensificarsi degli attacchi a lavoratori, pensionati, giovani, disoccupati e classe media sotto forma di tasse e tagli alla spesa pubblica, il rapporto debito/PIL è aumentato rispetto sia al primo trimestre dell’anno (88,2%) sia al dato dell’intero 2011 (87,1%).
Le sofferenze patite da decine di milioni di cittadini europei non sono inoltre servite a invertire la tendenza dell’economia, tanto che cinque paesi rimangono tecnicamente in recessione (Cipro, Grecia, Italia, Portogallo e Spagna), mentre la tendenza generale continua a rimanere negativa, come dimostreranno quasi certamente i dati relativi al terzo trimestre che verranno diffusi il mese prossimo.
A stare peggio tra i paesi dell’eurozona sul fronte dell’indebitamento è la Grecia, vittima delle più dure imposizioni da parte della cosiddetta troika (UE, Banca Centrale Europea e Fondo Monetario Internazionale), con un rapporto debito/PIL salito tra il primo e il secondo trimestre dell’anno dal 136,9% al 150,3%. Subito dietro Atene si trova l’Italia, dove le misure introdotte dal governo imposto dalle grandi banche e da Bruxelles hanno soffocato la crescita economica facendo passare il rapporto debito/PIL dal 123,7% al 126,1%.
Non molto meglio se la passano poi Irlanda e Portogallo, due paesi che, come la Grecia, hanno significativamente beneficiato, per così dire, dei piani di “salvataggio” pari a svariate decine di miliardi di euro erogati da UE e FMI in cambio di drastiche misure di austerity.
Un’altra tesi che fa parte della propaganda della classe dirigente europea è quella che negli scorsi decenni i governi hanno abusato della spesa pubblica, garantendo ai propri cittadini servizi e benefit che non si potevano permettere se non facendo appunto esplodere il problema del debito sul lungo periodo.
In realtà, ciò sarebbe dovuto principalmente agli interventi resi necessari a partire dal 2008 per salvare le banche sull’orlo del fallimento, in particolare in Spagna e in Irlanda. Il trasferimento di colossali somme di denaro nelle casse degli istituti responsabili della crisi, com’è ovvio, è stato poi compensato con tagli alla spesa e ai programmi di assistenza pubblici, ma anche con licenziamenti di massa e tasse che colpiscono invariabilmente le classi più disagiate.
Le ricette adottate ovunque in questo frangente storico, oltretutto, secondo molti economisti non eviteranno comunque una qualche forma di default da parte dei paesi più indebitati. Riferendosi alla Grecia e non solo, in una recente intervista al New York Times, l’economista Jörg Krämer, di Commerzbank, ha ad esempio affermato che per “rendere il peso del debito sostenibile, dovrà esserci una qualche ristrutturazione del debito stesso”.
I dati di Eurostat e la situazione in cui versano numerosi paesi europei confermano dunque che le misure draconiane fin qui implementate e che ancora attendono i cittadini non servono a diminuire il debito pubblico, come viene fatto credere, bensì lo fanno aumentare, causando un aggravamento della recessione e un’impennata dei livelli di disoccupazione.
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