Biennale di Venezia 2026. L'assenza degli artisti italiani è il segnale lanciato da Koyo Kouch di Salvo Nugnes

(ASI) La Biennale di Venezia 2026 sarà ricordata non soltanto per la sua portata internazionale, ma anche per una scelta che ha inevitabilmente acceso il dibattito nel mondo dell’arte: l’assenza totale di artisti italiani tra i 110 invitati selezionati dalla curatrice Koyo Kouoh, scomparsa prematuramente prima dell’inaugurazione ufficiale della manifestazione.

Una decisione forte, destinata a far discutere, che non può essere interpretata come un attacco all’arte italiana o ai suoi artisti. Al contrario, il messaggio sembra rivolto a un sistema consolidato che da troppo tempo appare chiuso in sé stesso, dominato dalle stesse dinamiche, dagli stessi nomi e da equilibri di potere ormai cristallizzati.
Kouoh aveva una visione lucida e spesso critica del sistema dell’arte contemporanea internazionale, soprattutto rispetto al predominio culturale occidentale e ai meccanismi elitari che negli anni hanno influenzato scelte curatoriali, mercati e riconoscimenti.
Anche in Italia, da oltre vent’anni, il panorama artistico sembra ruotare attorno a circuiti ristretti, relazioni consolidate e gruppi influenti capaci di determinare mode, visibilità e successo. Un ambiente che rischia di diventare autoreferenziale, dove spesso il merito artistico viene oscurato da logiche di appartenenza, strategie di potere e dinamiche relazionali.
L’assenza di artisti italiani dalla Biennale rappresenta dunque un segnale simbolico molto forte. Una provocazione culturale che obbliga il sistema a interrogarsi sul proprio stato di salute e sulla capacità reale di produrre innovazione, ricerca e autenticità.
Non si può ignorare, inoltre, un tema sempre più evidente: il progressivo indebolimento del senso estetico nell’arte contemporanea. In molti casi, negli ultimi anni, il linguaggio artistico sembra aver perso profondità, armonia e capacità di emozionare, sostituiti spesso da provocazioni fini a sé stesse o da fenomeni sostenuti più dal marketing e dall’immagine che dalla qualità artistica.
Molti visitatori delle grandi esposizioni internazionali escono oggi con una domanda precisa: l’arte contemporanea riesce ancora a nutrire interiormente l’uomo oppure si è trasformata in un esercizio autoreferenziale comprensibile solo a pochi addetti ai lavori?

Forse è arrivato il momento di aprire un confronto serio e coraggioso sul futuro dell’arte italiana e internazionale, senza pregiudizi ma con la volontà di recuperare autenticità, libertà creativa e valore culturale.
La Biennale di Venezia 2026, nel bene o nel male, ci costringe a farlo.

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