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(ASI) Quando sono arrivato all’aeroporto di Barcellona l’unica cosa che conoscevo della Catalogna era la sua bella capitale, ma il mio caro amico che era venuto a prendermi e che risiede in Spagna da molti anni aveva progetti ben precisi.

Ho approfondito così la conoscenza di un paese ricchissimo di storia, cultura e bellezze naturali. Certo, sapevo già che le stupende realizzazioni di Gaudì non potevano prescindere dalla natura e dal passato catalano, ma una conoscenza teorica è solo una nozione: utile, ma esangue. Immergersi nella Catalogna settentrionale possiede il fascino dell’incontro con un passato che, sorprendentemente, è il proprio passato e che lontano migliaia di chilometri dall’Italia e a migliaia di anni di distanza continua ad operare e sbocciare in noi. Così mi sono trovato proiettato in un universo di cui, purtroppo come di tanti altri, ignoravo persino l’esistenza: la provincia di Girona.

Qui, dove risiede il mio amico (a Roses, nome che ricorda la fondazione greca nel IV secolo a. C.) e sotto la sua precisa, accurata, informata guida ho potuto visitare luoghi in cui il mare e la terra creano un susseguirsi di innumerevoli e strabilianti penisole che, protendendosi l’una dopo l’altra, sembrano contendere al mare il suo spazio, o colline e montagne coperte da boschi che si stendono a perdita d’occhio. Ed ecco Cap de Creus dove al termine di una bella passeggiata su un pietroso sentiero abbiamo visto, dopo molti bunker militari dismessi, proprio un esempio affascinante dell’incontro/scontro tra acqua e terra, col mare che non solo penetra nelle pietre ma ha scavato un arco nella roccia creando un’ampia, alta fessura attraverso cui rifluisce.

Giustamente questa è chiamata Costa Brava (= selvaggia): pochi, pittoreschi approdi in strette cale al fondo di lunghi promontori battuti dalle acque e dal vento; vi è qualcosa di indomito, ancestrale, violento che l’aggettivo “brava” evoca con precisione. Poi i tanti paesini che ricordano Salvador Dalì e la sua ingombrante presenza (per precisa scelta non abbiamo visitato il suo museo nel suo paese natale, Figueres) e, soprattutto, l’affascinante romanico e gotico catalano. Così si sono dischiusi ai miei occhi località che il turismo mainstream non sempre tocca e che si rivelano ricolmi di un fascino notevole. Addentrandosi sui Pirenei non solo la natura si rivela esuberante e imprevista con tutta una zona di vulcani spenti dove è simpatico inoltrarsi dentro quelle che, in lontane ere geologiche, erano i crateri, ma anche la vegetazione si presenta fittissima con lo sfondo di alte vette innevate. Qui l’arte medievale è fiorita con capolavori unici.

A Ripoll un monastero benedettino fondato nel IX secolo domina la piazza principale della cittadina con le sue svettanti torri, il suo elegantissimo esonartece con mediterranei archi a tutto tondo e i bei rilievi scultorei con scene bibliche che sembrano affollarsi, quasi volessero entrare anche loro nella Chiesa, intorno al portale. Besalù si presenta come un gioiellino medievale perfettamente conservato e sembra una di quelle cittadine del centro Italia che tanto affascinano per purezza di linee e ricchezza di monumenti. Abitata fin dall’età del ferro, vi si respira una lunga storia dove anche i Romani hanno lasciato le loro vestigia, gli ebrei la loro impronta mentre un massiccio ponte medievale con torre merlata di guardia e palazzi e chiese del XII e XIII secolo infondono l’impressione di un tempo che si è fermato ai fasti dell’Europa grande “respublica christiana” (con le sue luci e ombre!).

Per tacere di Girona, meta tradizionale del turismo di massa, ma il cui “tappeto della creazione”, opera di ricamo dell’XI secolo conservato nel tesoro della stupenda Cattedrale, vale da solo già tutto il viaggio in Catalogna. E infine (ma quante altre località si potrebbero ricordare) la romanica, possente, scenografica, labirintica, antichissima abbazia del X secolo di Sant Pere de Roses che domina dall’alto un tratto particolarmente tormentato, quindi particolarmente coinvolgente, della Costa Brava. Qui, non lontano da uno dei tanti paesini di pescatori (El Port de la Selva), i monaci hanno realizzato un’opera che, innalzandosi da fondamenta aggrappate alle rocce della montagna, appare quasi prolungamento della montagna stessa, realizzando ben due chiostri sovrapposti ricchi di richiami all’arte carolingia e persino tardo romana. Ma avevo accennato ai boschi.

Attraversandoli per dirigermi verso le varie località diventa evidente, riflettevo, quanto questa natura abbia influito sull’arte catalana e mi si chiariva fino in fondo il nesso tra queste foreste e l’interno della Sagrada Familia di Barcellona. Antoni Gaudì non era originario della provincia di Girona essendo nato a Reus ma era un attento e amorevole osservatore della natura spagnola, da lui conosciuta dettagliatamente. I boschi pirenaici e catalani sono il modello di quelle svettanti colonne che hanno la forma di grandissimi alberi con rami e che sostengono, come una lussureggiante foresta, la navata centrale dell’incompiuto tempio. Ultimi, ma non per importanza sono i sapori della cucina con ottimi vini, formaggi, insaccati, agnello, baccalà e fagioli conditi in modo spettacolare a Santa Pau, ma soprattutto, e questo è privilegio di chi scrive, la ottima paella valenciana preparata dal mio amico!

E’ proprio a lui, al mio amico Beppe, che devo il meglio di questo viaggio; cercando con lui posti “eccentrici”, lontani dal momentaneo successo delle mode, è stato esaltante entrare in contatto con una Catalogna aperta al mondo e all’Europa. Non chiusa in un provincialistico culto di sé ma pronta ad offrire e accogliere il meglio dall’esterno. Per me, figlio del Sud Italia, come non ricordare, davanti alle bellezze viste, le bellezze aragonesi della mia terra come il castello di Civitella del Tronto (Teramo) o il complesso della Santissima Annunziata di Sulmona (L’Aquila) o le stupende architetture di Santa Maria della Catena a Palermo e così via. Qualche anno fa una mia amica ungherese mi disse che una delle regine più amate in Ungheria e che aveva introdotto il Rinascimento in quelle terre era l’italiana Beatrice di Napoli moglie di Mattia Corvino. Le feci notare che non solo Beatrice non era italiana (nel senso nazionale del termine) bensì napoletana in un’epoca in cui i cosiddetti stati regionali erano molto diversi tra loro, ma, per di più, la sua dinastia era aragonese quindi, a rigore, iberica.

Questa è la Catalogna più interessante; quella che non si chiude in sé ma si amalgama con chi incontra (in questo caso l’Italia meridionale e l’Europa centrale, Mattia tentò di diventare imperatore del Sacro Romano Impero) e crea qualcosa di originale. Grazie al mio amico ho scoperto la grande lezione di arte e cultura che la Catalogna ha dato al mondo rifuggendo per principio da guide e percorsi preconfezionati dove si ha l’impressione che invece di incontrare qualcuno ci si limita a verificare la correttezza delle informazioni delle guide stesse. Così mentre tornavo in autobus all’aeroporto di Barcellona pensavo a quel detto secondo cui i confini possono diventare come delle ferite sul grande corpo dell’umanità se anziché aprirsi a ciò che s’incontra ci si chiude, narcisisticamente, in se stessi con un orgoglio che, giustamente, si ha del proprio essere, ma che può anche accecare.

Nicola F. Pomponio *giornalista e storico

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