(ASI) Ho visitato da poco la Cappella degli Scrovegni a Padova. Entrando, la prima sensazione è quella di sentirsi avvolti dal colore. Gli affreschi di Giotto ricoprono quasi ogni parete e raccontano episodi della vita di Maria e di Cristo con una forza che, ancora oggi, lascia senza parole.
Eppure, la cosa che mi ha colpito di più non è stata la bellezza dell’opera. È stato il modo in cui Giotto guardava le persone.
Nato intorno al 1267, è considerato il padre della pittura moderna. Prima di lui, i santi venivano rappresentati in modo solenne, quasi distaccato dalla realtà. I loro volti erano immobili, le espressioni appena accennate. Erano figure da ammirare, più che persone in cui riconoscersi.
Giotto cambiò tutto perché cominciò a dipingere gli esseri umani prima ancora dei santi.
Nei suoi affreschi si piange, ci si abbraccia, ci si guarda negli occhi. I volti esprimono dolore, gioia, paura, stupore. Le mani raccontano emozioni quanto gli sguardi. Per la prima volta il sacro assume un volto profondamente umano.
È proprio questo il motivo per cui, dopo più di settecento anni, quelle immagini continuano a emozionarci.
Perché le emozioni non hanno un’epoca. Cambiano gli abiti, le città, le abitudini, ma non cambia ciò che proviamo quando perdiamo qualcuno, quando amiamo, quando speriamo, quando abbiamo paura.
È sorprendente pensare che un uomo vissuto oltre sette secoli fa sia riuscito a raccontare sentimenti che riconosciamo ancora oggi.
La vera grandezza di un artista è proprio questa, non dipingere qualcosa di solo bello ma riuscire a raccontare qualcosa di profondamente umano.
Ed è per questo che Giotto non ha reso i santi più vicini al cielo ma ha reso il cielo più vicino agli uomini.



