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(ASI) “Imprevedibile, eterodosso, dotato di una grande libertà”. Questo è Pierpaolo Pasolini secondo Walter Veltroni, che lo ricorda, nell’ambito dell’incontro organizzato da Umbria libri l’8 novembre a Palazzo Cesaroni insieme a Emanuele Trevi e l’assessore Bracco, come una figura magica, evanescente e i tempi risalgono a quando il quattordicenne Veltroni vide il maestro a un’assemblea del liceo Tasso in fondo all’aula a prendere appunti. Pasolini guardava il mondo dei giovani, voleva capire, conoscere e seguiva una linea di pensiero tutta sua, spesso alzandosi in un mondo tutto suo ai più incomprensibile. Era un intellettuale d’azione, che si buttava nella realtà più cruda per viverla intensamente, come ha ricordato Emanuele Trevi, e la sua morte forse è la conseguenza delle sue scelte. Una morte, per Veltroni, “efferata, che ha tolto un pensatore libero”, che però faceva comodo.  Egli ritiene che la verità stia in mezzo alle due testi conosciute: quella per cui Pelosi uccise il poeta per difendersi da un’aggressione con un palo dello stesso Pasolini, colto da un raptus dopo un rapporto sessuale e quella che fu, invece, ucciso per un complotto. Veltroni, che definisce il Pelosi come “una persona inquietante”, afferma che un uomo solo non è possibile che abbia potuto uccidere un uomo alto e robusto come Pasolini, ma la sua morte è stata oggetto di uno dei più grandi depistaggi della nostra storia. Veltroni ricorda, pure, un colloquio con lo stesso Pelosi, in cui sconfessandolo e facendogli ammettere che c’erano altre persone, costrinse Pelosi a sfuggire la discussione, come se avesse paura di qualcuno che è ancora vivo (dato che gli altri imputati sono tutti morti) e che dietro quella morte ci sia qualcosa di grosso, altrimenti non avrebbero avuto senso i contatti tra la P2 e  Pelosi, per fargli nominare l’avvocato Semeraro, ucciso dalla Camorra. Pasolini non c’è più e se ne è andato in quel decennio terribile iniziato dal 2 dicembre 1969 con la strage di piazza fontana e finito verso la metà degli anni ’80, ma le sue opere sono ancora vive e soprattutto Petroli e in Salò, che esprimono chi è Pasolini e il senso della morte. Un uomo, dunque, che fa venire infinite riflessioni e ricordi e lo stesso Trevi ha ricordato, pensando al poeta: la foto di Pasolini con i giovani Veltroni, Adornato e Borna a protestare davanti all’ambasciata di Spagna contro il regime di Franco; una proiezione di Salò a Castel Sant’Angelo organizzata dallo stesso Trevi e un giovane Nicola Zingaretti e anche un dibattito di studenti cui qualche giorno fa il quasi premio Strega ha assistito. Pasolini è, per Trevi, un artista a “fisarmonica” di cui si possono scrivere volumi e volumi, ma che può essere racchiuso in un volantino studentesco, data la modernità del suo pensiero. Veltroni ha poi elogiato il libro di Trevi, “Qualcosa di scritto” su Pasolini, definendolo un libro sull’assenza, un’assenza che ancora oggi si fa sentire, perché a prescindere dalle ombre che ha avvolto il personaggio Pasolini, nessuno può negare l’acume, la profondità e lo spessore del poeta, intellettuale, artista Pierpaolo Pasolini, che ancora vive e dona qualcosa di quel suo grande ingegno.

Diana Corvi-Agenzia Stampa Italia

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