(ASI) Gentile Direttore de “Il Giornale dell’Umbria”, Ho letto ieri l’articolo “Macroregioni. Si ricomincia”, incentrato su una proposta di riassetto amministrativo che metterebbe insieme due piccole regioni, come l’Umbria e le Marche.

Il tema della nuova ripartizione amministrativa regionale sta evidentemente tornando d’attualità, con una pluralità di proposte, a cominciare da quella che vorrebbe la creazione di una regione appenninica che metterebbe insieme la Toscana, l’Umbria e la Provincia di Viterbo.

 Il tema, come ben sa chi mi conosce, mi interessa molto perché mi interessa l’identità della mia città, Perugia, quale si è formata nel corso dei millenni, dalle origini fino ai giorni nostri.

   Il problema vero è, infatti, che si parla tanto di regioni e di identità regionali, ma difficilmente si riflette, a livello di opinione pubblica, su come sono state disegnate le attuali regioni e su come e quando sono “nate”

   Navigando in Internet, si trovano scritti illuminanti e trascurati, come “Le regioni non esistono. Ma nessuno lo sa” (su GeoPoliticaMente) o “E se gli italiani sapessero che le regioni non esistono ?” (in AGORA VOX).

   A cosa si allude ? Si allude al fatto che quelle che sono oggi le nostre “Regioni” erano, in realtà “compartimenti amministrativi”, da utilizzare per mere finalità statistiche, cioè per raggruppare gli uffici statistici dei vecchi Stati preunitari, compartimenti “inventati” dal geografo Piero Maestri nel 1864. Nonostante quest’ultimo si fosse affrettato a precisare che queste ripartizioni non avessero altra finalità che quella statistica, senza alcuna pretesa di raggruppare territori omogenei dal punto di vista storico-culturale e linguistico, dai “compartimenti, si passò, per quella tipica forma di pigrizia e di conformismo intellettuali propri della burocrazia, ad una trasformazione lessicale che nessuno ovviamente avvertì sul momento, cioè a chiamare quegli aggregati statistici di Province  come “Regioni” e questo nome e il loro contenuto geografico è stato ripreso senza un minimo d’attenzione dalla Costituzione ed è giunto così, sino ai nostri giorni.

   L’Umbria, così come noi oggi la conosciamo, non è, in pratica, mai esistita prima dell’iniziativa di questo geografo, la cui opera è stata continuata da Cesare Correnti nel 1867.

   Nell’età augustea, l’Umbria, la Sexta Regio, era, infatti, tutta spostata verso l’Adriatico e comprendeva solo la parte orientale (ad est del Tevere) dell’odierna Regione più le Marche, che sono una creazione medioevale e il cui nome, che si declina al plurale indica, chiaramente, un conglomerato di aree eterogenee, come le Puglie

   In tale Umbria non figuravano la parte ad ovest del Tevere e in particolare né Perugia né Orvieto né, ovviamente, l’area del Lago Trasimeno. Tutta questa zona apparteneva alla Septima Regio, cioè all’Etruria, insieme all’odierna Toscana e alla cosiddetta Tuscia laziale, perché quest’area era il nucleo territoriale originario degli Etruschi, dal Tirreno al Tevere e non è un caso che Toscana non sia altro che il termine che, in latino medioevale, designava l’Etruria (da “tuscus”).

   Poi, durante l’Alto medio Evo, i territori lungo la fascia del Tevere, tra cui Perugia, hanno fatto parte dei domini bizantini (il cosiddetto “corridoio bizantino”), mentre da Assisi verso est e verso sud iniziava il Ducato longobardo di Spoleto che arrivava fino all’Adriatico e comprendeva l’Umbria orientale (con Spoleto, Foligno, Terni, Gualdo Tadino, il cui nome deriva dal germanico “Wald”, cioè bosco, Assisi, Gubbio, le odierne Marche e altre zone limitrofe).

   Successivamente, Perugia, fedele alla Chiesa ma politicamente indipendente, ha esteso i propri domini sia ad est che, soprattutto, verso la Val di Chiana e Montepulciano, inserendosi nel sistema di alleanze delle città toscane.

   Tutta l’area ad est del Tevere continuò a far parte del Ducato longobardo di Spoleto (a sud del quale c’era quello di Benevento) finché questo nome e i suoi territori non costituirono una ripartizione interna dello Stato Pontificio.

    Quando questo si affermò definitivamente, si alternarono diverse ripartizioni amministrative interne allo Stato fino ad arrivare alla riforma di Pio IX del 1850 che poneva Gubbio nella Delegazione di Urbino e Pesaro (II Legazione o Marche), parte dell’odierna Umbria, fatta eccezione di Orvieto, nella III Legazione (o Umbria), suddivisa in tre delegazioni e dando ad Orvieto una sua delegazione, compresa nel Circondario di Roma.

   Non mi soffermo sulla ripartizione del territorio dell’odierna Umbria da parte dei geografi e cartografi cinquecenteschi (Flavio Biondo, Leandro Alberti e Giovanni Antonio Magini) che hanno assegnato Perugia alla Toscana e hanno considerato l’Umbria come sinonimo di Ducato di Spoleto, escludente, quindi, l’area ad ovest del Tevere.

   Piaccia o non piaccia, questa è la realtà e la storia di quella che oggi (e solo oggi) chiamiamo Umbria, una storia divisa da un fiume, il Tevere, che scorre da nord a sud e che divide due aree, quella ad ovest, nella quale si trova Perugia e quella ad est, profondamente diverse da tutti i punti di vista (non ultimo quello linguistico), seppure giustamente comunicanti. L’identità storico – culturale e linguistica di Perugia non può, quindi, prescindere da questa collocazione che ogni riforma amministrativa dovrebbe rispettare, a meno che non si intenda una riforma amministrativa come volta a creare solo entità politico-amministrative come si è fatto sino ad ora.  

Grazie                                                   

Dottor Giuliano Mignini

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