(ASI) “Sono innocente, aiutatemi”, a gridarlo è Manolo Pieroni, uno degli oltre 3mila italiani detenuti oltre confine. La sua storia è iniziata l’8 luglio del 2011 all’aeroporto di Cali, in Colombia, quando nella sua valigia sono stati trovati sette chilogrammi di cocaina. Poi il processo e la condanna a 21 anni e 4 mesi di reclusione per “traffico internazionale e fabbricazione di stupefacenti”. A gridare l’innocenza di Manolo c’è anche sua sorella Debora che in questi anni ha cercato in tutti i modi di far conoscere questa storia e, senza riuscirci, ha fatto di tutto per smuovere le istituzioni italiane. “Le istituzioni – racconta Debora Pieroni ad Agenzia Stampa Italia - nonostante i nostri continui appelli, non ci hanno mai aiutato. Da quando mio fratello è stato arrestato ci sono state solo una o due visite consolari”.

Partiamo dall'inizio della storia di suo fratello. Come mai si trovava in Colombia?

Mio fratello si trovava in Colombia perché gli era stato proposto di aprire un ristorante. A proporlo a mio fratello era stata una persona che aveva vissuto in Colombia per 15 anni ed aveva sposato una colombiana. Qui in Italia le opportunità lavorative sono limitate e mio fratello, visto che per arrotondare lavorava spesso come cameriere di sala in alcuni ristoranti, ha deciso di partire per cercare “fortuna”. Mio fratello, una volta arrivato in Colombia, ha aperto il locale con questa persona e quando ci sentivamo telefonicamente era molto contento di come stavano andando le cose.

Per quale motivo all'improvviso ha deciso di rientrare in Italia?

Ha deciso di ritornare in Italia a causa di una mia telefonata nella quale lo informavo che nostro padre - già malato da tempo - aveva una complicazione e doveva sottoporsi ad una complicata operazione. Nella telefonata lo avvertivo anche che le condizioni di nostra nonna si erano aggravate. Per questo motivi mio fratello di fretta e furia preparò la valigia per rientrare in Italia.

L'8 luglio del 2011 suo fratello viene arrestato all'aeroporto di Cali. Cosa è successo?

Manolo si reca all'aeroporto e, passati tutti i controlli, è pronto per imbarcarsi sul volo per tornare in Italia. Ad un certo punto mio fratello viene richiamato dalla polizia per un controllo alla sua valigia – imbarcata, non bagaglio a mano -, e sicuro di non aver nulla da temere si sottopone al controllo. Quando gli viene presentata la valigia, Manolo precisa subito agli agenti che la valigia corrisponde si alla sua, ma che quella che gli hanno mostrato è munita di un lucchetto che lui non aveva messo e del quale non possedeva la chiave. La polizia lo sottopone ad una accurata perquisizione e la chiave del lucchetto non viene trovata. Gli agenti del controllo hanno forzato il lucchetto e tra i vestiti, come se fossero caramelle, hanno trovato dei pacchetti contenenti ben 7 chilogrammi di cocaina.

Quale reato hanno imputato a suo fratello?

Il reato imputato a mio fratello è “traffico internazionale e fabbricazione di stupefacenti”. E’ stato processato e condannato definitivamente a 21 anni e 4 mesi di carcere.

Suo fratello si è subito dichiarato innocente. Come si spiega il ritrovamento di 7 chilogrammi di cocaina all'interno della sua valigia?

Manolo si è da subito dichiarato innocente e non sa bene spiegarsi come sia potuta accadere una cosa simile. Quello che è certo è che in Colombia c’è una pratica molto usata, quella della “mula involontaria” attraverso la quale i trafficanti di droga riescono ad inserire grosse quantità di stupefacenti nelle valige di persone ignare per farle arrivare in Europa. Ho scoperto che questa pratica ha coinvolto diversi innocenti che stanno scontando pene assurde. Pensiamoci bene, se mio fratello avesse voluto trasportare così tanta droga avrebbe sicuramente usato altri metodi. Di certo non li avrebbe messi così “a caso” nella valigia.

Dove si trova detenuto suo fratello?

Attualmente Manolo si trova nel carcere di Palmira, “Villa Las Palmas”.

Come sono le condizioni di vita all’interno del carcere?

Le difficoltà che quotidianamente vive sono moltissime e sono sicura che sono maggiori di quelle che ci racconta. Manolo nonostante tutto cerca sempre di non farci stare troppo male quando ci sentiamo. Vive in una cella con altri 25 detenuti, dorme per terra, mangia due volte al giorno solo una ciotola di riso e le condizioni igienicosanitarie sono praticamente inesistenti. Se si ammala deve stare attento anche alle medicine che vengono somministrate perché diverse persone sono decedute dopo averle prese. Una volta Manolo è stato accoltellato ad una spalla e per miracolo è riuscito a difendersi.

Cosa chiede al governo italiano?

Al nostro governo chiedo di farsi carico di questa situazione, di fare in modo di spingere le autorità competenti a fare il loro dovere per tutelare i diritti di mio fratello e la sua salute. Inoltre chiedo che venga presa in considerazione la possibilità di far scontare la pena in Italia. Aiutatemi ad aiutare Manolo.

 

Fabio Polese – Agenzia Stampa Italia

Fabio Polese è autore, insieme a Federico Cenci, del libro inchiesta “Le voci del Silenzio. Storie di italiani detenuti all’estero” (Eclettica Edizioni).


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