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(ASI) L'acciaio italiano non è più competitivo? La concorrenza asiatica, cinese in primis, può intaccare la qualità e il pregio dell' italian steel? Quali le possibili soluzioni? Di fronte alla crisi della grande industria nostrana, tra le proposte avanzate per salvare il salvabile c'è quella della nazionalizzazione, termine che a qualcuno potrebbe apparire come cosa del passato, di un passato non più concepibile in un contesto di libero mercato.

ASI ha voluto approfondire con l'argomento con una serie di interviste al fine di capire se questa soluzione possa essere perseguibile e quali frutti potrebbe dare alla grande produzione del nostro Paese.

La prima intervista ci è stata rilasciata da Giacomo Zucco, portavoce del Tea Party Italia movimento in prima linea contro l'eccessiva tassazione e l'intervento del pubblico nell'economia.

 

Sentiamo cosa ha da dirci.

Crisi dell'acciaio italiano. Cosa ne pensa?

Penso che sia l'ennesimo esempio di emergenza provocata dall'interventismo statale e politico. Mi spiego: è del tutto normale e fisiologico che alcuni mercati e alcune industrie abbiano periodi di maggiore prosperità e di relativo declino e la ragione va ricercata in molte cause differenti e complesse. Quello che non è normale e non è fisiologico è che il graduale cambiamento delle condizioni economiche, tecnologiche, industriali e produttive vengano nascoste sotto il tappeto per decenni per poi esplodere in un colpo solo, generando grossi problemi di occupazione. Il motivo per cui questo avviene è l'interventismo statale, che distorce gli incentivi economici, confonde le responsabilità, ignora o addirittura nasconde i segnali del mercato. L'Ilva rappresenta un caso tipico di questo interventismo sciagurato e non, come qualcuno cerca di far credere, del suo contrario.

Nazionalizzazione, quale la sua opinione?

Sarebbe come curare un anemico con un salasso: l'interventismo statale e politico è la causa dell'emergenza e una dose ulteriore del virus non può essere certo una cura. La storia dell'Ilva comincia a intrecciarsi con la politica quando un'azienda fallita viene acquisita dall'Iri per essere mantenuta "artificialmente" in vita, impedendo ad altri attori più sani di prendere il suo posto sul mercato. In un periodo di massima crescita globale dell'industria in questione, l'inefficiente (e non potrebbe essere diversamente, per ovvi motivi di leggi economiche) gestione statale fa realizzare all'Ilva risultati sotto la media di altre realtà estere paragonabili, fino ad un nuovo fallimento alla fine degli anni '80. E' lo Stato italiano che decide, per ragioni di assistenzialismo, di impiantare lo stabilimento a Taranto, trasformandola in una sorta di ammortizzatore sociale che concentra in una sola industria tutta l'occupazione di un'intera area. E' lo Stato italiano che guida l'azienda nell'implementazione delle scelte di sicurezza ambientale che vengono oggi contestate alla gestione (il gruppo Riva non ha apportato particolari cambiamenti alla gestione delle emissioni dal momento della privatizzazione, e molti degli studi epidemiologici rivelano problemi di salute dovuti a contaminazioni precedenti al 1989). E' sempre lo Stato italiano che, tramite la magistratura, interviene in modo goffo e sconclusionato nel trasformare un processo per danni ambientali in una emergenza occupazionale di proporzioni inimmaginabili. L'ultima cosa che è desiderabile è che lo Stato italiano si intrometta ancora, nascondendo sotto il tappeto la crisi attuale al costo di crearne una ancora peggiore tra qualche anno.

Quali ostacoli incontrerebbe un piano di nazionalizzazione della grande industria?


Sinceramente mi auguro il maggior numero possibile: come ho detto, si tratta di commettere nuovamente tutti gli errori che hanno portato alla situazione attuale. Sicuramente le informazioni che è possibile dedurre osservando il mercato spingono verso soluzioni diverse, tra cui un importante 'disinvestimento' dal settore, che in Europa non riesce comunque più ad essere competitivo. Ma temo che la politica riuscirà anche questa volta a ignorare tutti i segnali del mercato, presentandosi come "salvatrice" in un disastro che essa stessa ha confezionato nel corso dei decenni.

E quali invece le conseguenze del seguire un modello come quello venezuelano?

Il modello venezuelano non è niente di miracoloso. E' dal 2002 che il settore metalmeccanico e metallurgico ha avuto in Venezuela una diminuzione notevole rispetto al PIL. Negli ultimi anni l'attività produttiva ha avuto un incremento, dovuto in special modo alla richiesta internazionale dell’acciaio, ma l’attività metalmeccanica continua ad avere grossi problemi che incidono notevolmente: il limitato e problematico accesso al cambio di valuta, l’insufficiente stabilità politica, la corruzione, la scarsità di istruzione e quindi di manodopera specializzata, l’assenza di norme giuridiche certe e costanti, mancanza d’orientamenti rispetto alla filosofia dei servizi, mercati ristretti che generano bassi livelli di concorrenza.

Cosa sarebbe necessario secondo lei per rilanciare l'italian steel?

Le stesse cose che sarebbero necessarie per rilanciare (ma in maniera sostenibile e reale, non "drogata") qualunque altro settore dell'economia: abbassare moltissimo tassazione e costo del lavoro, incentivare un sistema normativo snello, stabile e con poco arbitrio da parte della magistratura, eliminare ogni distorsione causata dalla politica.

Marco Petrelli – Agenzia Stampa Italia

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