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(ASI) BANGKOK - Molte zone della capitale thailandese sono bloccate da presidi permanenti con decine di migliaia di persone. A controllarle e difenderle da possibili attacchi delle “camicie rosse” e dagli sgomberi della polizia, dietro sacchi di sabbia e filo spinato, ci sono gli uomini di Suthep Thaugsuban, leader della protesta antigovernativa.

Le manifestazioni dell'opposizione, che sono in atto ormai da quasi tre mesi, si scagliano contro il governo guidato da Yingluck Shinawatra, sorella di Thaksin Shinawatra, per anni primo ministro tailandese, ora in esilio.

Gli antigovernativi chiedono le dimissioni del governo e la riforma del sisetema politico. “Vogliamo l'immediata riforma del sistema politico e una vera democrazia”, dice Sak, un militante antigovernativo che da un mese bivacca nel presidio di Asok, nella zona centrale della Sukhumvit Road di Bangkok. “Guarda quanti siamo”, aggiunge la graziosa Joy, che indossa una maglietta con i colori nazionali della Thailandia indicando le persone che manifestano. “Siamo in tutta la città e continueremo a lottare fino a quando non otterremo quello che chiediamo”.

Sessanta giorni di “stato di emergenza”. Il governo, per fronteggiare le proteste più violente - che fino ad ora hanno causato 15 morti e oltre 600 feriti - ha imposto sessanta giorni di “stato di emergenza” e ha dato alla polizia il potere di arrestare i manifestanti anche senza accuse formali. In realtà, però, la polizia, fino alla scorsa settimana, stava tenendo tendenzialmente un basso profilo: lo stesso Suthep Thaugsuban ha un mandato di arresto sulla testa, ma partecipa costantemente a tutte le manifestazioni e ai presidi.

Solo negli ultimi giorni è iniziata la linea dura della polizia. Il responsabile del “Centro del governo per il Mantenimento della Pace e dell'Ordine” (CMPO), aveva promesso di intensificare le operazioni per liberare alcuni blocchi dei manifestanti antigovernativi. E così è stato: nella giornata di venerdì la tensione è stata alta e la polizia, schierata con 1.500 agenti antisommossa, ha provato, senza riuscirci, a sgomberare il presidio nella zona di Makkawan Rangsan Bridge. L’hanno chiamata “Operazione San Valentino”. Durante gli scontri sono esplosi due grossi ordigni rudimentali che hanno ferito due persone: un giornalista e un manifestante.

Vincere o perdere. “Vorrei sottolineare: noi non abbiamo nulla da negoziare. La nostra posizione è chiara e lotteremo fino alla fine. Il governo deve dimettersi. Solo due sono le soluzioni: vincere o perdere”, ha detto nella serata di venerdì Suthep Thaugsuban, durante un discorso tenuto nel presidio di National Stadium.

Scontri a fuoco tra manifestanti e polizia. Violenti scontri tra manifestanti antigovernativi e la polizia si sono verificati anche nella mattina di martedì quando le forze di sicurezza hanno provato a sgomberare i presidi nella zona di Phanfa Bridge, vicino al Palazzo del governo. Le violenze hanno provocato 5 morti - un poliziotto e quattro civili - e oltre 60 feriti. Secondo quanto riportato dagli uomini di Suthep Thaugsuban, sarebbe stata la polizia ad aprire il fuoco per prima.

Le elezioni sono da rifare. La tornata elettorale del 2 febbraio, che preoccupava non poco il Paese asiatico per la possibilità di scontri – visto l'annuncio dell'opposizione di voler boicottare le elezioni - si è svolta in modo quasi pacifico e non si sono registrati incidenti particolari. Il voto si è svolto in circa il 90% dei seggi e la commissione elettorale ha stabilito che, prima di formare un nuovo governo, serviranno delle elezioni supplementari. Ma, vista la situazione di crisi, ancora non è stata definita una data.

L'economia del Paese è sempre più in crisi. Intanto, mentre continuano le proteste in tutta Bangkok, la crisi politica sta distruggendo l'economia del Paese: fra i membri Asean, la Thailandia slitta dalla terza alla quinta posizione. E secondo un rapporto dell'”Università della Camera di Commercio Thai” - istituto privato specializzato negli studi di economia e finanza - nel 2014 il Prodotto interno lordo (Pil) scenderà sotto il 3 per cento. In particolar modo a rimetterci saranno le piccole e medie imprese e i danni maggiori, sottolineano gli esperti, saranno nel settore manifatturiero.

 

Fabio Polese – Agenzia Stampa Italia

 

 


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