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(ASI) C’era una volta il mito esotico di una filosofia senza dogmi. Che predicava soltanto pace e amore. Cresciuta all’ombra delle università occupate, durante la cosiddetta “contestazione giovanile”, la favola della spiritualità indiana quale panacea degli umani affanni ebbe un’apoteosi negli anni ’80 con il diffondersi, in Occidente, della “new age”. I nostri primi timidi punti di contatto con questo strano fenomeno si consumarono per le strade delle città italiane, laddove di tanto in tanto si riunivano drappelli di fanatici della mistica orientale. L’immagine, avvolta da un alone di incenso, è nitida nella memoria di chi li abbia incrociati almeno una volta. Teste rapate, scialli arancioni e tamburelli sonanti. Sulle labbra i canti in una lingua incomprensibile. La stessa di molti di quei venditori ambulanti che oggi, a venticinque anni di distanza, affollano le medesime strade di casa nostra.

 

La stravaganza made in India fece breccia nella secolarizzata società occidentale, risvegliatasi avida di spiritualità dopo aver assaporato l’illusorio sogno del materialismo. Scuole di yoga, corsi di meditazione e gruppi esoterici proliferarono in modo esponenziale. Se furono tanti coloro i quali si lasciarono affascinare dalla nuova tendenza a tal punto da aderire in qualche modo ad una delle sue molteplici emanazioni, furono ancor di più quelli che - pur mantenendosene distaccati - ne riconobbero la bontà. Crebbe e si consolidò la convinzione che la religiosità orientale fosse un candido involucro di virtù. Raro e prezioso rifugio di mansuetudine e serenità, di cui uomini esasperati dai ritmi incessanti imposti dal consumismo sentivano l’impellente bisogno.

Come tutti i miti, anche quello della spiritualità orientale era però destinato, prima o poi, a declinare. Da qualche anno, lo svilupparsi di una maggiore sensibilità dei media indiani intorno ad efferati episodi di cronaca nera che accadono nel loro Paese, sta contribuendo a modificare la nostra percezione di quelle realtà.

Negli ultimi giorni, un’agghiacciante notizia riferita dall’agenzia vaticana Fides ha riportato l’attenzione sul fenomeno dello stupro indiscriminato (e impunito) in India. Quattro ragazze tribali che frequentano una scuola cristiana nel villaggio di Labda, nell’area di Pakur, sono state rapite e stuprate da oltre venti uomini.

In ordine di tempo, questo fatto di cronaca nera è solo l’ultimo di tal risma, che emerge dal popolosissimo Paese asiatico. Secondo statistiche ufficiali, in India si verifica uno stupro ogni 20 minuti, ma solo quattro violenze su dieci sono denunciate e poche di queste preludono a processi contro gli stupratori. Le notizie che arrivano all’opinione pubblica occidentale, pertanto, sono gocce di un oceano di violenza e disperazione. Un’epidemia che non è un problema dell’oggi, spuntato all’improvviso, benché la maggior copertura mediatica potrebbe far pensare questo.

«Da un lato - spiega a Fides padre Faustine Lobo, Direttore delle Pontificie Opere Missionarie in India - esiste maggiore consapevolezza nella società sul problema dello stupro, che non viene più nascosto. In passato casi del genere restavano ignoti, soprattutto per la vergogna delle vittime e la paura delle famiglie coinvolte. Oggi i casi vengono denunciati e riportati dai media, ed è già un primo segnale positivo». Padre Lobo centra poi il problema, affrontando il tema (spinoso) della società indiana suddivisa in caste, e del razzismo che ne è propulsore: «Le vittime privilegiate sono ragazze di gruppi tribali, dalit o emarginati, cioè i gruppi più vulnerabili e più deboli, che hanno scarsa influenza sociale e politica e spesso non sono in grado di difendersi».

Spesso, non sono in grado di difendersi nemmeno i cristiani stessi, oggetto oggi in India di una feroce persecuzione. Soltanto nella regione del Karnataka - ove al potere vi è (non a caso) il Bharatiya Janata Party, appoggiato dagli estremisti indù - si rileva una media di circa tre attacchi contro i cristiani a settimana. Attacchi che ormai da decenni si stanno intensificando, tanto da far registrare una progressiva diminuzione della popolazione cristiana dagli anni ’70 (quando erano il 2,60%) agli inizi del nuovo millennio (2,30%), nonostante perseverino la fede e la costanza dei missionari impegnati tra i poveri del Paese. Già, è proprio questa presenza silenziosa ma efficace dei cristiani in quell’immenso guado, ai margini della società indiana, in cui soffrono gli ultimi, i dalit, i dimenticati, ciò che rende i missionari agli occhi dei più fanatici “una minaccia per l’induismo”. Minaccia da sradicare.

Si dà quindi il caso che pace e amore non siano poi così famigliari da quelle parti. Quel paradiso terrestre popolato da innocui e miti asceti appartiene soltanto a uno stereotipo edulcorato. Chimera esotica per occidentali secolarizzati in preda a una crisi di nervi.

Redazione Agenzia Stampa Italia

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