(ASI) Gli antichi Greci non avevano una sola parola per dire “amore”. Ne avevano molte, almeno dodici, perché sapevano che un sentimento così vasto non può essere rinchiuso in un’unica definizione. Ognuna di queste parole raccontava una sfumatura, un modo diverso di legare, di scegliere, di sentire.
C’era Eros, il desiderio che accende, Philia, la complicità dell’amicizia, Agape, la generosità senza condizioni, Storge, l’amore familiare, Pragma, l’amore che cresce nel tempo, Ludus, la leggerezza del gioco, Mania, la passione che travolge, Philautia, l’amore per se stessi, Anteros, l’amore ricambiato, Xenia, il rispetto sacro dell’ospitalità, Himeros, il desiderio improvviso, Pothos, la nostalgia di ciò che manca.
Dodici modi di dire ciò che noi racchiudiamo in una sola parola.
Forse è per questo che spesso restiamo confusi, perché noi chiediamo all’amore di essere tutto allo stesso tempo - passione, sicurezza, amicizia, cura, entusiasmo, equilibrio - e non riconosciamo che ogni legame ha una sua forma, una sua profondità, un suo ritmo.
Gli antichi ci insegnano una cosa semplice, che ogni sentimento è diverso e merita di essere chiamato per ciò che è.
C’è l’amore che fa crescere e quello che fa perdere la testa, quello che consola e quello che sfida, quello che dura un attimo e quello che costruisce una vita.
Forse dovremmo smettere di cercare quello perfetto e imparare, invece, a riconoscere le sue sfumature.
Perché in fondo, dentro la nostra vita, esistono più amori di quanti crediamo, basta dare loro un nome.




