(ASI) La mancata qualificazione agli ottavi nel campionato del Mondo 2014 che si sta disputando in Brasile ha prodotto i suoi immediati effetti: le dimissioni dell'allenatore Prandelli e quelle irrevocabili del Presidente Abete. Per una volta in Italia c'è chi sa riconoscere la proprie mancanze e toglie il disturbo con dignità.

Un atteggiamento nuovo che dovrà essere preso ad esempio. Prandelli paga le sue enormi, quanto evidenti confusioni tattiche. I dati sono oggettivamente impietosi dell'Italia nella coppa del mondo Brasile 2014: 1 vittoria, 2 sconfitte, 2 reti fatte, 3 subite, 2 gare senza segnare e 21 giocatori schierati in 3 partite. A cui sicuramente vanno aggiunti gli errori oltre che di formazione nella scelta della selezione della rosa. L'unico merito che va all'allenatore è quello di essersi assunto onestamamente le sue responsabilità sulle cause che hanno determinato il risultato tecnico negativo finale dell'avventura azzurra.

Invece, Abete paga una politica federale giudicata nel suo insieme fallimentare che ha visto il nostro calcio, anno dopo anno peggiorare il livello tecnico e scivolare verso il progressivo declino. Ricordiamo che Abete è stato eletto nel 2007. Risultati positivi della sua gestione: pochi. Mentre quelli negativi sono stati maggiori e si riassumono nel recente declassamento in classifica  Uefa delle squadre italiane dove anche il Portogallo ci ha superato. A cui va aggiunto un campionato italiano che ha perso i giocatori forti, l'interesse e la sua tradizionale attrazione. Di più, in campo mondiale  la nazionale non è andata meglio, anzi. Infatti l'unica consolazione è il secondo posto nella finale in coppa Europa persa malamente contro la Spagna e la qualificazione ai mondiali del Brasile 2014, oggi inopinatamente terminata prematuramente nella prima fase. Per il resto, nulla di veramente premiante. Se è vero come è vero che in 2  consecutivi campionati del mondo  Sud Africa e Brasile  siamo andati fuori sempre nei primi incontri, la cosa deve farci riflettere. Un'altro rilievo è il fatto che al vertice c'era sempre Abete come presidente. La statistica ci rammenta che l’ultima volta che abbiamo subito l’umiliazione della doppia eliminazione continua risale ai campionati del mondo del 1962 in Cile e del 1966 in Inghilterra. Pensavamo che fosse finita lì. Invece, abbiamo dovuto masticare amaro anche nella coppa del mondo del Brasile 2014.

La domanda  che ci facciamo tutti:  è possibile che all’improvviso siamo diventati così tanto incapaci?  Ci si chiede come è possibile che in soli 8 anni i campioni del mondo del 2006 si sono trasformati in campioni  sì, ma dell’incapacità? Le colpe sono dei vertici federali, delle società calcistiche che danno spazio a troppi stranieri e non investono sul settore giovanile indigeno? Oppure dei calciatori strapagati? Di tutto un po', un po' di tutto. Ma una cosa è certa: si impone una svolta, un cambio radicale da cima a fondo. Occorrono gente nuova e molto capace. Dirigenti, allenatore e giocatori che rappresentino una chiara discontinuità con il passato.

Quindi, la novità del momento è sì l'enorme delusione che la nazionale italiana ha provocato ai 60 milioni di tifosi degli azzurri. Un enorme sconforto che sarà difficile ammortizzare presto. Perché un conto è essere protagonisti, altra cosa è diventare passivi spettatori televisivi degli eventi.  Vedere altri alzare la coppa del mondo. I saggi ci insegnano che bisogna trasformare un punto di negatività in positività. Bisogna vedere la luce nell'oscurità. E per questo motivo c'è un segnale importante: finalmente escono di scena dal giro della nazionale quelli che sono stati per diversi motivi i maggiori responsabili dell'umiliante eleiminazione. Ora per coerenza la stessa cosa dovrebbero fare Albertini e tutti i dirigenti federali in carica. Innaugurando in Italia un percorso di onestà intellettuale, professionale e una rotazione nei posti di comando mai visti prima.    Ora, l'imperativo categorico è largo ai migliori e le persone veramente motivate. Gente che sputa l'anima per la maglia azzurra.

La regola deve essere: hai sbagliato? Ti dimetti e lasci il posto ad altri. A chi sa fare meglio le cose. Chi ammette gli errori e si dimette dall'incarico per manifesta incapacità, il suo gesto responsabile, merita rispetto.

Questo il metodo da usare da ora in avanti. Gli italiani pretendono che dalla politica al calcio sia premiata la meritocrazia. C'è voluto tempo per far emergere questa tendenza, adesso non bisogna tornare indietro.

Per rigettarci nel calcio italiano, ciò che è evidente che è in crisi profonda e lo è come non lo era mai stato. Quindi, spetterà alle persone di qualità il compito difficile di risollevarlo. Non possiamo dimenticare la tradizione. La storia ci fa presente che l'Italia vanta  4 campionati mondiali e 1 campionato europeo vinti ed ha una tradizione di alta scuola calcistica che non va dimenticata. Un prestigio a livello mondiale che ha reso famoso il nostro Paese. Un grande prestigio che va mantenuto. In ultima analisi, in campo ci vanno i giocatori. In questo mondiale i fatti ci dicono che pure loro  non sono stati all'alltezza della situazione. Per cui è oggettivo che anche loro hanno grandi responsabilità per quello che è accaduto. La rinascita passa soprattuto da loro. Meno leziosità, meno accademia, meno appagamento, più sostanza, più umiltà, più attaccamento alla maglia azzurra. La vita insegna che emerge chi ha le qualità, la determinazione, la grinta e la fame giusta per arrivare alla meta. Un insegnamento indispensabile da fare proprio subito. Queste le condizioni fondamentali per gettare le basi e ritornare davvero protagonisti e mai più fugaci ed insignificanti comparse.

Ettore Bertolini - Agenzia Stampa Italia

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