(ASI) Il Perugia esce dallo Stadio "Penzo" di Venezia con le ossa rotte e saluta in anticipo gli spareggi promozione. è stato un 3-0 senza appelli quello subito, ad opera dei locali, dai grifoni di Alessandro Nesta che, se nel primo tempo avevano mostrato alcuni buoni spunti in termini di fraseggio e possesso palla, comunque inconcludenti e mai davvero incisivi, nella ripresa sono letteralmente crollati, evidenziando una condizione fisica perfettamente coerente con quanto visto nelle ultime otto partite della stagione regolare.

 

Chi sa di avere un solo risultato per passare il turno - per propri demeriti di classifica, non certo per caso - non può scendere in campo così. La settimana in più a disposizione della squadra, per effetto del rinvio seguito alla sentenza del Tribunale federale sul caso del Bari, di fatto non è servita a nulla, se non ad alimentare speranze ed illusioni tra quei tifosi che credevano ad un possibile recupero fisico dei giocatori dopo il vistoso calo di fine campionato.

Ben più solido il Venezia di Filippo Inzaghi, squadra tatticamente ordinata, programmata per subire il meno possibile con una difesa rocciosa, la terza del campionato, ed in grado di colpire "a sorpresa" in qualsiasi momento della gara, con giocatori efficacissimi a centrocampo, come Stulac e Falzerano, e letali in attacco, come Zigoni, Geijo e Litteri.

Gli arancioneroverdi erano probabilmente la squadra più difficile da affrontare per caratteristiche tecnico-tattiche. A differenza di Palermo e Frosinone, ben più attrezzate sulla carta ma tese a scoprirsi e lasciare spazi agli avversari, o il Bari, forse più accorto ma discontinuo e messo molto sotto pressione dall'ambiente, il Venezia è infatti la vera outsider di questo campionato e, assieme al Cittadella, una delle due compagini più ostiche da affrontare per un Perugia a due velocità, con un reparto offensivo di livello ma una difesa a tratti letteralmente disastrosa, specie sui calci piazzati. I risultati e le prestazioni della stagione sono lì a dimostrarlo: contro le due formazioni venete, il Perugia, fra andata e ritorno, ha raccolto soltanto un punto ciascuna.

Gli allenatori, insomma, contano relativamente perché i giocatori, ieri sera, come durante l'intera stagione, hanno messo in evidenza i cali e le amnesie già visti con Giunti nei primi due mesi di campionato e con Breda nella fase successiva. Sul piano strettamente mentale, poi, cova un male oscuro all'interno di questo spogliatoio che, malgrado il grande recupero tra gennaio e marzo, sembra non aver mai abbandonato l'area di Pian di Massiano, nemmeno dopo l'arrivo di Nesta.

Sullo sfondo di questa ennesima delusione play-off - dopo quella col Pisa nel 2013, col Pescara nel 2015 e col Benevento circa un anno fa - resta un campionato deludente, nato storto nell'illusorio e disastroso periodo-Giunti e finito tra i fischi - giustissimi - alla squadra da parte dei 700 tifosi che avevano raggiunto il capoluogo lagunare nonostante la missione quasi impossibile del passaggio di turno e l'orario proibitivo per chi, il lunedì mattina, deve andare a lavorare e non ha certo tempo per programmare 20 o 30 giorni di vacanze a Ibiza o a Formentera.

Si tratta dell'ennesimo fallimento di una società partita, tra i soliti proclami, per puntare alla promozione in serie A ma ben presto giunta sull'orlo del baratro, sino a sfiorare la zona retrocessione nel mese di dicembre. A salvarla è stato soltanto il lavoro, paziente e certosino, di Roberto Breda che, pur mostrando un calcio "anemico" e avaro di grandi emozioni, ha comunque inanellato 26 punti nelle prime 12 partite del girone di ritorno, riportando il Perugia ai piani alti della classifica, almeno sino al crollo fisico di aprile.

Una panchina cortissima, almeno due ruoli lasciati scoperti sin dall'estate ed una serie di infortuni, imprevisti (Pajac e Bandinelli) o ampiamente prevedibili (Nura, Dellafiore e Gonzalez), hanno alimentato i deficit di una squadra ampiamente sopravvalutata da tanti, troppi opinionisti. Dopo l'ingaggio di Diamanti a febbraio, quello di Nesta in panchina ad una giornata dal termine del campionato è stato soltanto l'ultimo capitolo di una gestione improvvisata, che ormai rischia soltanto di fare terra bruciata intorno a Pian di Massiano, trasformando una piazza storica, fortemente attrattiva in virtù del suo passato, in una "dogana" di passaggio per giovani atleti da svezzare o vecchie glorie da rimettere in pista.

La verità è che nel calcio, come in tutte le cose, non si inventa nulla dal nulla. In assenza di investimenti adeguati e di una programmazione ponderata, i risultati non arrivano. Senza andare troppo lontano, basta scendere di una settantina di chilometri e guardare all'esempio della Ternana Unicusano: una compagine costruita con giocatori non di categoria, guidata da un allenatore inesperto, finita logicamente ultima in classifica, malgrado qualche buona prestazione, tanta "ingenua" grinta e un derby vinto col coltello tra i denti. 

Le favole a volte si avverano, ma anche in quel caso servono giocatori e dirigenti all'altezza della situazione, consapevoli di voler costruire qualcosa di importante. Il Perugia dei miracoli di Castagner, il Verona di Bagnoli, la Sampdoria di Boskov o il Vicenza di Guidolin avevano in squadra giocatori che sarebbero sprecati perfino nelle squadre di vertice della malridotta serie A dei giorni d'oggi. Figuriamoci confrontarli con quelli scesi in campo a Venezia. Non scherziamo.

 

Fais Andrea - Agenzia Stampa Italia

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