(ASI) Torniamo alla riflessione sulle epidemie dal punto di vista dei nostri antenati, quando gli dei andavano placati e sbagliare qualcosa, soprattutto di rituale voleva dire perdere il favore della divinità e il rapporto con loro.

Anche se in più parti delle passate civiltà, il rapporto andrebbe concepito non in termini di “moralismo sociale” fondato su convenzioni o schemi del tutto estranei al mondo della Tradizione, sia in Oriente che in Occidente, ma in termini di un’autentica assiologia o scala di valori, che trova il suo fondamento nella concezione dell’uomo come centro dell’Universo, soggetto alle sole leggi divine; dell’uomo quale unica dimensione posta fra cielo e terra, mediatore fra il mondo visibile e quello invisibile; e il cui legame col mondo divino è tanto intimo e forte, per la grandezza stessa dell’uomo, che le sue azioni, in maniera unica tra quelle degli esseri del mondo, sono capaci di coinvolgere gli stessi dei. Ritroviamo questa concezione anche nell’Induismo, con la dottrina del Karman, ove le azioni individuali, come frutto di scelta e di comportamento, assumono fondamentale importanza: “In conformità di come si agisce e ci si comporta, avverrà di noi”.

Vi è anche una valutazione positiva e socialmente efficace dell’azione, che viene come giustificata. E cosi, ancora, quando essa è giusta, è in se stessa una necessità cosmica e regge il ritmo dei mondi. Da quì la necessita che il Re, il Principe, il Capo di un popolo abbia la “fedeltà al principio” (Dharma) e ponga solo azioni giuste;perché solo così egli protegge e salva il suo popolo dai pericoli e dalle malattie. Il capo che non è fedele a questo principio perde il suo popolo e su di esso si abbattono miserie, epidemie e morte.
Pensiamo alla differenza che, nel ciclo epico-cavalleresco, quindi nel Medioevo, si scorge nel regno di Artù durante i due diversi periodi della vita del Sovrano, quello della salute e quello della malattia, che corrisponde alla sua caduta spirituale. “Colui che fa il bene è felice, colui che fa il male è infelice”. Appare, quindi, questa tendenza a considerare il Karman, che è il principio informatore, in funzione di retribuzione, che è felicità; ecco il motivo per cui il Karman va realizzato per mezzo dell’azione che deve essere necessaria e giusta per diventare utile alla comunità.
A conferma di ciò è il fatto che un Re fedele al principio è anche un Re Taumaturgo; appellativo questo che verrà attribuito quasi fino ai tempi moderni a molti regnanti. Ciò si protrae fino ai tempi moderni, pur con l’evolversi delle conoscenze della medicina, che diventa via via più consapevole dell’eziologia di molti morbi, e permane la concezione che la malattia è l’effetto della violazione di leggi cosmiche e che uomini giusti, per dono di grazia, possono guarirla proprio perché capaci di ristabilire l’ordine, avendo mantenuto in essi l’armonia tra il microcosmo e il macrocosmo, grazie alla fedeltà ai principi divini e naturali, cosa che consente loro di vedere, al di là delle cause fisiche del male, la frattura dell’ordine sovrannaturale, che può averla indotta.
Un esempio di tale capacità è presente a Perugia, nella Basilica di San Domenico, dove, in una navata di sinistra, è conservato il Gonfalone voluto dalla Beata Colomba nel XVI sec. per salvare Perugia dalla peste, raffigurata da un angelo che scaglia frecce sulla città, afflitta dal morbo al tempo delle lotte fratricide fra Oddi e Baglioni.
Con quanto fin qui considerato, possiamo dire che le ragioni delle leggi e delle prescrizioni che impongono comportamenti improntati a “giustizia e rettitudine’ al fine di ottenere benefici ed evitare la malattia e la morte erano, nell’antichità abbastanza chiari. Lo stesso giuramento di Ippocrate non sfugge al rigore di questi principi, allorquando afferma: “pura e santa conserverò la mia vita e la mia arte”
Un esempio valga per tutti. Alla vigilia della guerra dei cento anni (1337) Venezia chiese a Filippo di Valois di dar prova del suo effettivo diritto ad essere Re con uno dei seguenti mezzi: combattendo contro il suo contendente (Edoardo III) e riportando la vittoria; oppure esponendosi ai leoni affamati, che non avrebbero mai ferito un vero Re; ovvero, operando la guarigione dei malati, come usano compierle i veri Re.
Sarebbe un grave errore attribuire al giuramento una connotazione interamente moraleggiante. La morale greca del V secolo, al tempo di Ippocrate, è quella dell’atomismo materialista di Democrito “che il mondo a caso pone” -per dirla con Dante- che non riconosce, cioè,leggi ordinatrici dell’Universo; figuriamoci se una tale epoca si sarebbe preoccupata di astenersi dal veneficio e dall’aborto, quando dilagava la schiavitù e la guerra era considerata un’arte cui addestrare i propri figli.

Francesco Maiorca – Agenzia Stampa Italia

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