rossosociale(ASI) Washington - Abbiamo visto come i social network influenzano la politica degli Stati e le più grandi democrazie occidentali, a tal punto che il cittadino vede sempre più l'apparato statale e le istituzioni politiche democratiche (abbozzate fra Seicento e Settecento e formate compiutamente tra Ottocento e Novecento), come qualcosa di sempre più amorfo dai bisogni del Popolo e sempre meno in grado di rappresentare il cittadino che si sente affetto da un vero e proprio deficit democratico.
Il Capitalismo internazionale, motore della Globalizzazione del XXI secolo con le sue dinamiche sempre più veloci e interconnesse, tramite i mezzi di comunicazione digitale che hanno dato il via a una vera e propria rivoluzione tecnologica, hanno mandato in corto circuito la certezza del diritto e la democrazia rappresentativa anche nel suo paese guida in Occidente, cioè gli Stati Uniti d'America (vedi i fatti di "Capitol Hill") a causa della bassa velocità nei processi decisionali e dell'incapacità di risolvere problematiche sempre più complesse.
Pertanto, dall'avvento dell'era della Globalizzazione e della comunicazione digitale, diversi studiosi si sono chiesti se i sistemi democratici sono compatibili con le caratteristiche della società del Terzo Millennio iniziato da poco più di venti anni.  
Proprio per questo motivo i politologi contemporanei dell'epoca digitale stanno teorizzando sui futuri assetti dei governi degli Stati e del nuovo ordine mondiale che è ancora in costruzione,  una situazione che può definirsi dal punto di vista democratico ancora "liquida", in cui i social, gestiti da società private e finanziati dalle lobby finanziarie internazionali, sono i mezzi attraverso cui i cittadini entrano in contatto con le informazioni, saltando il filtro delle notizie governative.
I social influenzano in maniera determinante i bisogni dei cittadini, e tramite le piattaforme politiche online hanno permesso in Paesi come gli Stati Uniti, dove, con un sistema democratico lobbystico, una relativamente bassa percentuale della popolazione partecipa alle scelte democratiche dei rappresentanti nel Congresso e alla elezione del Presidente della Repubblica, di fare sentire la voce nell' Agorà politica delle fasce più povere e socialmente meno evolute delle periferie delle metropoli e delle campagne del West.
Pertanto, il "Blog Power" ha virtualmente cacciato dai ghetti in cui erano state relegate dalla società lobbystica americana, le persone più umili che ora vorrebbero delle istituzioni più attente agli interessi del cittadino e meno a quello dei vari gruppi di interesse. 
L'influenza del "Blog Power" sul Diritto e sulle istituzioni è un tema molto importante.
 In questo momento storico, con la vicenda della censura social di Trump ad esempio, noi abbiamo visto come le linee guida, le direttive dei consigli di amministrazione dei grandi social network, si sono elevati, per certi versi, in una posizione di preminenza rispetto allo Stato di Diritto. 
Infatti, sono attualmente le regole delle comunità dei social network privati che decidono cosa è lecito scrivere o meno, senza alcun filtro da parte delle istituzioni.
Ma, quale meccanismo democratico ci garantisce che le amministrazioni dei social non decidano di bloccare tutte le pagine che trattano argomenti scomodi o a loro non graditi? 
Ormai questi social hanno avuto una così larga diffusione nella vita dei cittadini, anche a livello istituzionale che svolgono una funzione pubblica, dunque non possono più ragionare come dei privati che sulle loro piattaforme fanno quello che vogliono, dunque c'è bisogno di una nuova regolamentazione ben precisa del fenomeno.
 
Cristiano Vignali - Agenzia Stampa Italia

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